C’è
qualcosa di straordinariamente drammatico e solenne nell’apertura di un Conclave, e la cosa che un giornalista può fare è semplicemente accompagnare quei momenti, cercando di osservare i dettagli. Il Conclave, infatti, è uno di quei linguaggi pontifici che hanno senso e significato nella loro ritualità, segretezza, e (incredibilmente) pubblicità.
Cosa significa
essere vaticanista in tempo di sede vacante? E cosa significa essere vaticanista cattolico in tempo di sede vacante? Da quando questo nuovo periodo nella storia della Chiesa è iniziato, lo scorso 21 aprile, mi ritrovo a dover rispondere a questa domanda, per ragioni differenti. Ma è una domanda che pongo soprattutto a me stesso, quando mi accingo a coprire professionalmente il terzo conclave della mia vita, con un po’ di esperienza in più e ancora tanto da imparare.
Lasciatemi prima di tutto sgombrare il campo da ogni equivoco: c’è una riflessione che ho fatto quando ho visto il Papa in San Pietro, lo scorso 10 aprile, senza nemmeno insegne episcopali, con una maglietta bianca, una sorta di coperta o poncho un po’ raffazzonata e i pantaloni neri da gesuita, che deriva direttamente da una esperienza personale. E l’esperienza personale mi porta a parlare di un libro – anzi una serie di libri – che ho scritto e che mi hanno effettivamente aperto un mondo su questi temi.
Non ero ancora un vaticanista. Eppure, il primo articolo di quella che è poi diventata la mia vocazione è stato pubblicato il 3 aprile 2005, e parlava della veglia della Misericordia alla Chiesa di Santo Spirito in Sassia. Mi aveva mandato lì Giuseppe Di Fazio, caporedattore de La Sicilia, per il cui ufficio di Roma collaboravo, perché voleva captassi gli umori delle persone che stavano accompagnando l’agonia di Giovanni Paolo II in quella chiesa dedicata alla festa a lui tanto cara.
Nel 1992,
l’antropologo Marc Augé coniava la definizione di “Non Luogo” in un piccolo libricino che è punto di riferimento per tutti quelli che oggi studiano antropologia o sociologia. Non Luogo è un luogo che non è identitario, relazionale o storico. È, ad esempio, un Non Luogo un aeroporto, perché l’aeroporto è un luogo di passaggio, dove non ci si costruisce una identità, ci si incrocia velocemente, si consuma, e poi si torna alla propria vita. Questo concetto mi tornava continuamente alla mente mentre osservavo il rosario in piazza San Pietro per la salute di Papa Francesco, nella sera del 24 febbraio.
“Cosa facevi il giorno che Kennedy è stato assassinato?”, si chiedevano insistentemente gli americani dopo il grande shock dell’uccisione del presidente. La domanda divenne poi “Cosa facevi l’11 settembre?”, altra grande tragedia nazionale che viene detta così, senza nemmeno l’anno, tanto è iscritta nella memoria delle persone. Noi che scriviamo di Vaticano, invece, ci chiediamo l’uno con l’altro, ormai da dodici anni: “Cosa facevi il giorno che Benedetto XVI ha rinunciato?”