Una volta, in una trasmissione Rai, mi chiesero se avessi un padre spirituale. Sì, lo avevo, risposi. Mi chiesero se tutti i vaticanisti ne avessero uno. Risposi che no, non lo sapevo, ma che io lo avevo, anche se non lo vedevo da un po’. Le ragioni per cui avevo smesso di vederlo sono nostre, ma c’è una verità che non si può cambiare: padre Rinaldo Giuliani, il mio padre spirituale, non lo vedrò più, perché sabato è morto. E, per uno scherzo del destino che mi ha impedito di essere presente anche al funerale di suor Fortuna (un'altra storia, questa), non sono riuscito a essere presente al suo funerale.
E sì che avrei voluto esserci. Perché se sono la persona che sono, in qualche modo lo devo anche a lui. Padre Rinaldo era quel tipo di domenicano di grande cultura, che non lo faceva pesare mai. Aveva una grande capacità di ascolto, un modo quasi paterno di porsi con tutti, e una ricerca incredibile del caso limite. Era il cappellano della LUMSA, dove poi finì anche a insegnare teologia, e rimasi subito colpito da lui. Cominciammo a frequentarci.
Io andavo a trovarlo a Santa Maria del Rosario, per confessioni lunghissime che erano più chiacchiere sulla vita, sul mondo, sulla fede. Io, con tutti i miei dubbi, tutti i miei tormenti, tutta la mia incapacità di comprendere la vita. Lui, con tutta la sua tranquillità e la sua grande capacità di non giudicare, di ascoltare anche la rabbia senza però mai assorbirla su di sé, accettandola nelle persone e accompagnandola all’uscita, un passo alla volta.
Una sera rimanemmo così tanto a parlare che saltò la cena del convento, e allora mi portò a mangiare la pizza all’Archetto, in via Germanico, che è poi diventato il mio rifugio per i tempi che sarebbero venuti. Una volta, a pranzo, mi portò a mangiare con la sua comunità. Perché alla fine andavo negli orari più improbabili, ma mi piaceva. Mi trovavo la sera con i suoi gruppi di ragazzi, Arrivai a suonare all’anniversario della sua ordinazione sacerdotale con la mia ragazza di allora, ero sempre con lui.
Poi è successa la vita, nel senso che, per tanti motivi, non l’avevo cercato. Ma lui non si era mai imposto. Quando poi partii per gli Stati Uniti, per un viaggio difficile e importante, e volevo lasciare qualcosa scritto su tante cose – odio le cose che restano non dette – scelsi lui come custode di tutto. Gli dissi anche di molti dei miei errori, ma non mi giudicò. Mi disse solo: “Non pensavo ti fossero successe tante cose brutte”.
E così, lo continuai a cercare, più sporadicamente, prima nel suo “esilio” a Santa Sabina, poi di nuovo a Santa Maria del Rosario, dove ogni tanto andavo e dove andai a confessarmi l’ultima volta, prima di un altro viaggio importante, con tanti dubbi sulla vita. Lui non mi giudicò, come sempre, e poi mi ascoltò pazientemente in tutti i miei errori, dandomi persino una speranza. Ma io non me ne ero reso conto, e me ne sono reso conto solo adesso, quando sono andato indietro su tutti i messaggi, ma c’è tanto di quello che mi ha detto anche in quello che io ho detto alle persone dopo, facendo leva sulla mia esperienza e sulla mia vita, senza rendermi conto quanto mi fosse entrato dentro.
Non ho foto con lui, perché non so dove siano quelle del suo anniversario di ordinazione, e noi non facevamo foto. Ma sento ancora la sua voce, e in questi anni in cui non ci siamo sentiti pensavo sempre che un giorno sarei tornato e gli avrei fatto vedere che sì, avevo capito anche quello che mi aveva detto lateralmente, che avevo capito anche il suo silenzio.
Era un fine psicologo, Rinaldo, guardava subito l’anima delle persone. Riusciva a reagire con calma anche nelle situazioni critiche. Aveva anche avviato una pastorale per le persone divorziate, con quel senso di andare sempre verso il limite, verso le crisi più assurde e più dure, per portare conforto. Suonava, cantava, faceva teologia, ma tutto era finalizzato all’annuncio della Parola.
Da lui ho imparato a riconoscere le persone dai loro occhiali, non dai miei. A comprendere che il mio modo di leggere la realtà non si poteva applicare anche agli altri, perché ognuno aveva il suo modo. A fare un passo indietro per comprendere l’altro. Ad amare per primo. A riconoscere quando una persona era prigioniera di se stessa, dei suoi limiti, e delle sue paure, e a riconoscere prima di tutto quando io ero prigioniero di me stesso.
Era domenicano, ma il suo essere domenicano non mi ha mai colpito al primo impatto. Eppure mi presentava domenicani – anche un frate che lavorava a Radio Vaticana all’inizio del mio lavoro di vaticanista, per comprendere come si poteva fare questo lavoro – mi teneva in ambienti domenicani, parlava da domenicano. Lo portai a Pontecorvo senza pensare che eravamo a due passi dalla casa di San Tommaso.
Ed è incredibile quanto fosse centrale nella mia vita e quanto sapessi tenerti in disparte, quanto potessi essere presente senza invadere gli spazi di nessuno, quanto sapessi metterti in secondo piano pur avendo un talento straordinario. Sapeva parlare, sapeva scegliere le parole, e ogni volta che ho pensato a come pormi di fronte a qualcuno, ho pensato proprio a Rinaldo.
Così, la notizia della sua scomparsa mi ha colpito profondamente. Ma mi ha fatto anche pensare al lavoro che ho fatto su di me, a come ho cercato di riportarlo nella vita quotidiana e nel lavoro, e a quanto impatto tutto questo possa avere sulla mia vita. Non avrò un altro padre spirituale, perché non c’è un altro Rinaldo. Ma lo manterrò nel cuore, perché la sua voce, in qualche modo, è sempre con me.

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