Come sapete, ho appena pubblicato un libro intitolato “Un ordine mondiale senza Dio?” (https://edizionicittanuova.it/prodotto/un-ordine-mondiale-senza-dio/), cercando di dare un senso a ciò che può essere il pensiero della Chiesa nell’attuale scenario internazionale (qui la cronaca della presentazione del libro).
C’è spazio per la dottrina sociale e per i suoi principi così come sono stati concepiti? C’è ancora spazio per le religioni nell’agone pubblico? E in che modo le religioni possono avere un impatto?
Il libro, e il dibattito che ne consegue, sviluppano però un dibattito ulteriore, che ha un senso ancora più profondo. Come raccontare la diplomazia pontificia oggi? Come raccontare la diplomazia religiosa? Come raccontare le religioni e il loro ruolo nella storia?
Qui devo raccontare qualche esperienza personale, e quindi il lettore dovrà avere un po’ di pazienza.
Nel 2009, quando cercavo di bere qualunque cosa mi venisse davanti perché volevo assolutamente imparare il più possibile, Michele Zanzucchi mi raccontò del suo amico diplomatico Pasquale Ferrara e del suo lavoro al Ministero degli Esteri e come analista geopolitico. E così, io ovviamente contatto Pasquale Ferrara e lo vado a conoscere a una conferenza che si teneva in un centro convegni della Camera, tra l’altro non lontano da piazza San Silvestro, dove all’epoca lavoravo io.
Pasquale Ferrara mi dice che sta lavorando a questo simposio a Trento su diplomazia e religione e mi chiede se sono interessato a partecipare come osservatore. Non posso partecipare al dibattito, ma posso ascoltare tutto, essere presente a tutte le riunioni, conoscere i relatori e comunque far parte di questa cosa. All'epoca l'assessore era Lia Giovanazzi Beltrami, straordinaria documentarista, con la quale le mie strade si sono poi incrociate più volte anche dopo la sua esperienza politica.
Ed è in quell’occasione che incontro per la prima volta Scott Thomas, professore a Bath, chiamato a dare i kick-off remarks. Ma scopro anche il pensiero di Scott Appleby, prendo confidenza con le idee di Gilles Kepel. Negli anni, in quel simposio parteciperanno altre persone che diventeranno cruciali nella mia vita: Roberto Catalano, Fabio Petito, e molti altri che sono rimasti comunque nella mia cerchia.
A quel tempo, di tutti questi temi sapevo molto poco. Ma sentivo che c’era qualcosa da osservare, qualcosa da raccontare, e mi interessava entrare nella conversazione. Con Scott Thomas si stabilì subito una grande amicizia. Quando Scott Thomas fu in visita alla Luiss, mi invitò a tenere una lezione pubblica con lui, Pasquale Ferrara e Alexander Stummvoll. Alexander mi invitò poi alla discussione del suo dottorato, dove conobbi Fearghas O’Beara, diventato un punto di riferimento costante nell’Unione Europea – e la cui tesi di dottorato su UE e religione è stata ora pubblica da Routledge (https://www.routledge.com/The-European-Union-and-Religion-The-Supranational-Meets-the-Supernatural/OBeara/p/book/9781041084051).
Nel frattempo, il mio parroco, monsignor Luigi Casatelli, mi aveva convocato e detto che avrei dovuto conoscere uno dei suoi ragazzi che lavora in Vaticano (“uno proprio come te”, mi dice). Non posso dire il suo nome ora, ma lo farò prima o poi. Questo “ragazzo” si occupava di temi internazionali per la Santa Sede. È lui che mi mostra i grandi dibattiti della Santa Sede sul disarmo, ed è lui che un giorno mi dice che no, non si può più fare Vaticano da una prospettiva provinciale, e che devo prendere la prospettiva internazionale. E così mi consiglia di fare un blog in inglese, cercando di raccontare il Vaticano al di fuori delle prospettive dei giornali italiani, con uno sguardo più ampio.
Nacque così MondayVatican (www.mondayvatican.com). Con il tempo, MondayVatican è diventata una rubrica settimanale di analisi su all the things Vatican, come si dice, negli USA, con un particolare focus sulle attività papali. Ma lì si trovano anche analisi sui temi che sviluppavo allora, come il disarmo (https://www.mondayvatican.com/holy-see/arms-trade-treaty-negotiations-failed-and-the-integral-disarmament-seems-to-be-so-far-away), o le radici europee e la crisi economica (https://www.mondayvatican.com/international-affairs/european-roots-and-economic-crisis-a-lesson-from-aquino). Oggi, molti di questi temi finiscono nella mia rubrica del sabato “Diplomazia pontificia” (https://www.acistampa.com/tag/diplomazia-pontificia).
Questa lunga premessa serve a dire che, in realtà, nessun giornalista può lavorare su un terreno precostituito. C’è bisogno di un incontro, e di più incontri. C’è bisogno di sviluppare fiducia. C’è bisogno di studiare e di aggiustare il tiro.
Tutti questi incontri, mi hanno portato ad un interesse particolare anche per la Dottrina Sociale della Chiesa, specialmente in una conversazione costante con monsignor Mario Toso, sin dai tempi in cui era rettore della Pontificia Università Salesiana e poi segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. A monsignor Toso devo la visione, la capacità di guardare alla Dottrina Sociale con occhi sempre nuovi, ma anche la solidità dei principi e una buona dose di autoironia. Perché ci vuole umiltà epistemologica, lo dico sempre, ma serve anche sapersi non prendere troppo sul serio.
In seguito, conobbi l’allora arcivescovo – oggi Cardinale – Silvano Maria Tomasi, trascorsi molto tempo con lui, e lui mi spiegò il lavoro che si faceva nella missione della Santa Sede a Ginevra, e anche i grandi temi. Fu grazie a lui – e a un suo collaboratore, che non so se apprezza essere citato - che vidi anche un lavoro oscuro, come quello svolto alla Conferenza di Marrakech sul diritto d’autore per permettere libri accessibili a tutti, anche agli ipovedenti.
Perché tutto, nella diplomazia pontificia, nasce dalla fede, una fede che ci rende automaticamente tutti fratelli e dunque tutti parte della stessa famiglia umana. Nessuno può essere lasciato indietro.
Quindi, diplomazia religiosa e dottrina sociale vanno di pari passo, non si possono separare. E non si può separare tutto questo dalla fede.
Lo scenario, oggi, impone però di “scientizzare” tutto. Spesso si chiede di dare alle intuizioni una solidità scientifica che non possono avere, perché sono intuizioni. I principi della dottrina sociale vanno applicati con creatività, e non con rigidità, ma il paradosso tecnocratico si è impadronito anche del modo in cui ragioniamo sulle relazioni internazionali da una prospettiva cattolica.
All’inizio di giugno ero all’Università di Navarra, a Pamplona, per il Simposio Internazionale di Diritto Concordatario, e mi si chiedeva appunto una relazione sulla diplomazia pontificia, sul ruolo della Segreteria di Stato e sul modo di raccontarla.
E credo che, alla fine, ci siano tre punti da osservare.
1. Non si può parlare di geopolitica vaticana, perché diventa qualcosa di troppo secolarizzato e secolarizzante. La Santa Sede ha una visione internazionale che si dipana nel lavoro diplomatico, ma non solo.
2. Quando si parla di diplomazia pontificia, non si può fare altro che guardare alla storia e ai principi. Storia e principi restano sempre quelli, ma il contesto conta e il modo in cui è delineato è importante.
3. La diplomazia religiosa non può essere messa da parte. Ci vuole un desk di diplomazia religiosa in ogni cancelleria europea: si deve guardare alle religioni, al ruolo che hanno e anche a come vengono strumentalizzate, se lo sono. Tutto questo deve necessariamente far parte degli studi di relazioni internazionali. Ma deve anche essere parte del giornalista vaticano.
Mi veniva obiettato che è difficile rendere attraente un tema del genere, specialmente nel mondo parcellizzato di oggi. Io però trovo che sia vero il contrario. Proprio in un mondo parcellizzato, un lavoro profondo, storico, contestualizzato è un unicum che non può che essere apprezzato. Io ho sviluppato tutto attraverso incontri, che hanno portato poi ad uno studio (non disperatissimo, ma sicuramente matto) e anche alla ricerca di uno stile mio, di un modo di raccontare le cose, perché in fondo il giornalismo deve anche essere un po’ musicale, come lo è la scrittura e anche il dialogo – ne parlavo un po’ in questo libro qui, uscito proprio nel 2009: https://www.pazzinieditore.it/libri/la-musica-dellaltro/
Ci vuole, insomma, il coraggio di scrivere, e anche l’idea che non si sta scrivendo per tutti, e forse nemmeno per molti, ma per un pubblico preciso, selezionato e colto. Il lavoro, oggi, è soprattutto culturale. È formare l’audience, andando oltre il mero giornalismo e provando a “rompere” il muro tra giornalismo e accademia.
Solo in questo modo, probabilmente, riusciremo ad essere in grado di parlare di diplomazia religiosa, e soprattutto di religioni, senza pregiudizi, e senza esagerazioni. E credo che questo sia cruciale nel mondo di oggi. Com’è cruciale arrivarci attraverso l’incontro, l’ascolto, l’apprendimento costante. Ho scritto tutto questo anche per un debito di gratitudine con tutte le persone che mi hanno formato. È quella formazione che oggi mi impone di cercare un nuovo modello. Per ora è un progetto in fieri, e si chiama “The Roman Watch”. Ma ci sarà tempo per parlarne.
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