Qualche giorno fa, stavo cercando una cosa che avevo fatto in video su youtube e ho scoperto che era stata caricata, non so da chi, una puntata di A Sua Immagine del 2006. La trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=y-Od_TsiplA
Quella puntata ha un significato particolare per me, non tanto perché mi trovate giovane, magro e con i capelli intervenire (più o meno al minuto 4), ma perché ero in quella puntata con un po’ di ragazzi del gruppo Comunione e Servizio (C.S.) di Pontecorvo, insieme a dei ragazzi della parrocchia dove era don Marco Valentini. Don Marco era stato allievo di Suor Elena Bosetti, la conduttrice, ed era stato da lei invitato a presentare la sua “Tenda della Parola”. Don Marco aveva voluto con lui i suoi ragazzi di Roma e alcuni ragazzi di Pontecorvo.
Io ero finito lì perché suor Fortuna, fondatrice, animatrice, madre e compagna del Gruppo C.S., mi aveva chiamato e aveva detto che sarei dovuto andare. Vivevo già a Roma da anni, tornavo già pochissimo a casa, e mi ritrovai in quella giornata con gli amici di una vita che erano venuti a Roma, e con i quali mangiammo al McDonald’s, andammo un po’ in giro in macchina, e facemmo anche un incontro al Muro Torto con Vincenzo Mollica sulla via del ritorno.
La cosa è che in quella puntata c’era tutta Suor Fortuna. C’era l’idea di aggregare tutti, anche quelli più lontani, perché nessuno fosse abbandonato. A Suor Fortuna non interessavano i dettagli accessori. Le persone rimanevano gruppo anche quando il gruppo si era sfaldato. Come i figli non smettono di essere figli quando se ne sono andati di casa, così per Suor Fortuna nessuno di noi, nemmeno dei lontani, doveva essere escluso.
Non solo. Suor Fortuna mi chiamò prima della registrazione. Si voleva sincerare che i ragazzi arrivati a Roma stessero bene, ma voleva anche fornire indicazioni. Sapeva che avremmo parlato del Vangelo del giorno, e mi disse solo: “Ricordati che gli apostoli riescono a camminare sulle acque solo quando hanno lo sguardo fisso su Dio. Quando distolgono lo sguardo, cadono in acqua”. Registrai la cosa, e la usai in trasmissione. Perché sapevo che era quello il motivo per cui Suor Fortuna mi aveva chiamato. Aveva avuto l’intuizione di quello che sarebbe stato bello dire, e aveva chiamato la persona che pensava adatta a veicolare il suo messaggio.
Ma non c’era utilitarismo, in questo. C’era una comprensione delle persone che andava oltre la normale conoscenza. C’era la necessità di far rendere a tutti secondo i propri talenti. Tutti dovevano brillare, nel modo in cui potevano farlo. Tutti erano uguali, e allo stesso tempo tutti erano diversi. E la suora intuiva dove andare, spesso in maniera incomprensibile. Era completamente affidata, ma questo affidamento nasceva anche da una profonda comprensione umana.
Non ne voglio fare una agiografia, perché non sarebbe corretto. Suor Fortuna aveva un carattere forte, era burbera a volte. Quando partì da Pontecorvo, ricordai su “Spirito Libero” (il giornalino del C.S.) i suoi “schiaffi morali”, ed era un'espressione dura, che probabilmente oggi non userei allo stesso modo. Ma ricordo esattamente perché lo scrivevo. Lo scrivevo perché suor Fortuna sapeva mostrarti l’altro lato del tuo egoismo ogni volta che tu eri egoista. Non significava che non dovevi avere cura di te stesso. Significava, però, che questa cura non doveva andare a discapito della cura di chi ti stava vicino.
A volte, questo era un insegnamento troppo radicale per poter essere compreso, perché per Suor Fortuna tutto era istintivo, immediato, quasi incomprensibile, eppure presente e vivo. Suor Fortuna non spiegava cosa faceva perché non sapeva cosa stava facendo. Sentiva cosa stava facendo, e sentiva Dio in un modo particolare. Ed era tutto lì il punto, non c’era altro che potesse importare.
Ma non ci si poteva aspettare diversamente da una donna che lavora nella moda e che poi decide, già adulta, di dare un taglio alla sua vita, persino alle sigarette, e di darsi completamente a Dio. Non ci si può aspettare altro da una suora di Napoli che si trova in una Pontecorvo di inizio anni Ottanta e non sa cosa deve fare, ma sente che deve fare qualcosa per i giovani.
“Presi la macchina e girai per il paese – raccontava – e mi resi conto che non c’erano giovani in giro. E capii che la mia vocazione era di stare con i giovani”. Creò il gruppo, ma non lo volle legato ad una sola parrocchia. Lo volle di tutti e per tutti. Aveva una sana anarchia, che probabilmente non veniva capita. Eppure, questa anarchia funzionava.
Quando le diedero la cittadinanza onoraria, post mortem, don Luigi Casatelli (un’altra figura chiave della mia vita, di cui un giorno parlerò) raccontò che Suor Fortuna era andata da lui appena arrivato come parroco, e che lui aveva sentito parlare di lei. Ma lui non le diede freni. Le disse che la chiesa sarebbe stata sempre aperta per lei, se solo lei avesse avuto l’accortezza di avvisarlo di quello che faceva. Era un rapporto diretto, schietto, sincero. Era quello di cui suor Fortuna aveva bisogno davvero.
Oggi sono due anni che suor Fortuna non c’è più. Io ero lontano quando è andata, e tra l’altro mi trovavo in una riunione dove era presente il cardinale Robert Prevost, che era seduto non lontano da me quando seguivo il funerale della suora in diretta durante le riunioni. Quella lontananza la interpretai come un segno, perché le cose non succedono per caso. Io, per qualche ragione, non dovevo esserci. Io dovevo essere lì, in un posto nel mezzo del Mediterraneo, vicino al futuro Papa. E la suora avrebbe sorriso di questa circostanza.
Due anni dopo, ritrovo questo video e, in qualche modo, tutto parla di suor Fortuna. Fare memoria non significa essere nostalgici. Significa riconoscere ciò che c’è stato. Significa guardare al futuro per costruire qualcosa di più grande. Suor Fortuna, una volta, mi disse: “Ricorda che Gesù ha detto che faremo cose più grandi di lui”. Sto ancora cercando di capire quali, ma so che la suora, in qualche modo misterioso, lo aveva visto. E probabilmente la grande esistenza di suor Fortuna era soprattutto per insegnare ad affidarsi. Strano, forse, considerando il suo carattere, la sua forza d’animo, la sua esuberanza. Strambo, considerando le logiche umane. Eppure reale, considerando le logiche imperscrutabili di Dio.

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