Cerca nel blog

giovedì 15 ottobre 2026

Quando il Papa è in ospedale


C’è un momento, nella vita di un vaticanista, in cui il mondo smette di battere come di solito e si vive in una sorta di esperienza parallela: si è come in una realtà sospesa, ma il mondo sembra girare molto più velocemente di quanto si è abituati a percepire. È il momento in cui il Papa si trova in ospedale.

Ci pensavo in questi giorni, quando, nelle mie peregrinazioni in Vaticano, mi sono trovato davanti a questo portone recante la scritta “Collegio Cardinalizio”. E mi è venuto da pensare che, quando il Papa è in ospedale, è il momento in cui i cardinali devono davvero sentire forte la responsabilità. E mi è venuto anche da pensare che questo valga anche per i giornalisti. È forse il momento in cui cardinali e giornalisti sono più vicini, sebbene i loro ruoli siano stranamente, immensamente differenti.

 

La presenza del Papa, con la sua attività, il calendario scandito da udienze di tabella e udienze particolari, i discorsi è qualcosa di tremendamente rassicurante. L’attenzione è tutta sul Papa, su quello che dirà, e pure le responsabilità sono sue, con tutto il peso che comportano. Quando esce un documento di un dicastero, si pensa subito che sia stato approvato dal Papa. Se un cardinale parla, il peso delle sue parole non può mai superare quello del Papa. Il Papa è garanzia, è regolarità, è sicurezza.

 

Ma il mondo si sospende, quando il Papa è in ospedale. Non c’è più un punto di riferimento presente, costante, scandito dal calendario, dalle udienze, dalle indicazioni. Tutto, improvvisamente, diventa responsabilità personale delle persone incaricate.

 

Quando il Papa è in ospedale, può succedere di tutto. Immediatamente, si parla di un possibile conclave, secondo quel senso di sopravvivenza che porta tutti a pensare al dopo, piuttosto che a gestire il presente. E poi, ci si riorganizza, si comincia a pensare a come muoversi. C’è chi non fa altro che chiedere il permesso per fare qualunque cosa. C’è chi non attende altro che non dover chiedere il permesso.

 

In fondo, il Vaticano è un villaggio, e ogni sensazione si moltiplica all’inverosimile, in quella che oggi si chiamerebbe eco-chamber, se si volesse usare un termine preso a prestito dal mondo della comunicazione. E proprio perché è un villaggio, ogni reazione diventa molto più grande di quanto dovrebbe essere.

 

Il Foglio, il 14 ottobre, notava che subito il sito della Conferenza Episcopale Tedesca aveva pubblicato un articolo che metteva in luce come l’assenza del Papa, e tutto quello che ne conseguiva, rendeva necessaria una riforma della Chiesa. Una riforma sinodale, ça va sans dire, burocratica, in cui le decisioni potessero essere condivise. Viene da pensare a cosa serva un Papa, se questo viene considerato solo affare di burocrazia e di governo, e viene anche da pensare come si possa pensare la Chiesa solo sulla base dell’organizzazione.

 

Ma era un articolo indicativo di quello che significa il dibattito quando il Papa non c’è, o quando il Papa è in ospedale. Nel 2009, Luigi Sandri, vaticanista di lungo corso, scrisse il libro Cronache dal Futuro. Zeffirino II e il dramma della sua Chiesa, e ne parlai in una recensione su Adista. Sandri, con il vizio del paradosso, raccontava di cosa sarebbe successo se un Papa, uno di quelli tra l’altro moderni, che prima di diventare prete aveva avuto una famiglia, fosse rimasto in coma, mentre tutto il mondo continuava ad andare avanti. Alla fine, a guardarlo oggi, il risultato è proprio quello della cosiddetta Chiesa sinodale come viene propagandata, in cui tutti fanno un po’ quello che vogliono, e infatti la soluzione finale (spoiler alert) è di staccare le macchine che tengono in vita il pontefice. Non a caso, Adista, che pure è un’agenzia che ha criticato fortemente l’autorità della Chiesa, mi titolò la recensione Ma la Chiesa non può stare senza guida (e la trovate qui: https://www.adista.it/articolo/43813).

 

Ma è proprio questo il punto, per i giornalisti. Se per i cardinali la responsabilità è quella di mantenere la continuità della Chiesa, di vivere per la Chiesa, di essere le braccia e il corpo del Papa, mentre il Papa non è visibilmente il loro garante, per i giornalisti la responsabilità è proprio quella di guardare alla Chiesa per quello che è.

 

È facile lasciarsi andare al pettegolezzo colto, lasciarsi trascinare dalle grandi ipotesi che si fanno ad ogni malattia del Papa, e cominciare a guardare anche a tutte le possibilità, magari cercando di carpire i segreti di questa o di quella cordata. È facile e necessario, a volte, perché il ritmo dato dalla presenza del Papa non c’è più, e i giornali si devono vendere, i siti devono fare clic, e si deve anche (giustamente) rispondere alle domande delle persone, che in fondo sono quelle più semplici: chi comanda in Vaticano? Cosa si fa quando non c’è il Papa? Perché le nomine del Papa continuano a uscire anche quando è in ospedale e non sta lavorando?  

 

Mentre tutto questo è giusto, l’assenza del Papa non può diventare il pretesto per raccontare la Chiesa come si vorrebbe che fosse, portando avanti alcune narrazioni, cercando di cambiare la Chiesa dall’interno sfruttando, di fatto, un’assenza, un vuoto informativo che viene solo parzialmente riempito dai bollettini medici.

 

Senza il Papa, il giornalista che fa Vaticano deve probabilmente raccontare più della Chiesa, guardare oltre le circostanze, cercare invece di approfondire le storie e di andare più a fondo nella Storia. Magari cercare di raccontare la Chiesa da un punto di vista diverso di quello delle cordate, della politica, delle riforme. Un punto di vista che racconti la Chiesa per quello che è, racconti il senso di avere un Papa che alla fine prende tutte le decisioni, il senso di rendersi conto che la presenza del Papa, del Vicario di Cristo, è garanzia di unità.

 

Forse dovremmo chiamarlo “il collegio dei vaticanisti” e, a un certo punto, anche noi cominciare a sentire una responsabilità di sentire cum ecclesia, anche quando siamo semplicemente non credenti. Sentire cum ecclesia per poter raccontare la Chiesa. Sentire cum Ecclesia per poter vivere la Chiesa. In fondo, giornalisti e cardinali hanno qualcosa in comune, e non solo quando i giornalisti vestono di rosso – anche se Tom Wolfe, il fondatore del new journalism, era l’unico uomo al mondo che vestiva di bianco oltre il Papa, ma questa è un’altra storia.

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento