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domenica 27 settembre 2026

La Vita Brevis, tra Agostino, Floria e la mia idea di giornalismo

C’è stato un periodo della mia vita in cui ho letteralmente divorato qualunque cosa abbia scritto Jostein Gaarder, che tutti conoscono per il libro Il Mondo di Sofia, ma che ha fatto molto altro, su tantissimi temi, e sempre con una certa grazia nel racconto che è un po’ la sua caratteristica. E, tra questi libri, ce n’è uno brevissimo, che si legge in due ore, e che però ha avuto un ruolo grande nella mia formazione. Si chiama Vita Brevis, e prende il punto di vista della concubina di Agostino, che nel romanzo si chiama fantasiosamente Floria, la quale scrive al suo ex amante, ora vescovo ed autore delle Confessioni, una accorata missiva, piena di passione, ma anche rabbia per un’occasione mancata.

Come molti dei libri che leggiamo, questo testo era rimasto in un sostrato della mia memoria, senza mai comparire se non in alcuni flash. Era un libro che c’era, le cui storie erano lì, ma che poi sembrava essere passato come acqua nella mia vita, insieme a migliaia di altri testi. E invece era presente e vivo, ed è comparso improvvisamente oggi nella mia memoria, mentre ascoltavo nel mio paese un’omelia che commentava il Vangelo del giorno.

 

Il Vangelo è quello secondo Matteo (Mt 21, 28 – 32), in cui Gesù racconta la parabola dell’uomo che chiede ai suoi due figli di lavorare nella vigna. Il primo dice no, ma poi si pente e va, il secondo dice sì, ma è una bugia, perché semplicemente decide di non andare. E Gesù conclude sottolineando che “i pubblicani e i peccatori” possono precedere i discepoli nel Regno di Dio. Parole che mi ricordano sempre Benedetto XVI e le sue parole in una omelia proprio su questo brano, pronunciate durante il viaggio in Germania del 25 settembre 2011: “Agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli ‘di routine’, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede”.

 

Il parroco, oggi, nel fare esempi, ha messo in luce anche la vita di Sant’Agostino: la sua dissolutezza giovanile, il suo vivere nel peccato prima di scoprire Dio, di convertirsi e di cambiare vita. E ha ricordato che Agostino aveva un figlio illegittimo, Adeodato, che tra l’altro fu discepolo del padre, e da lui amatissimo quanto ammiratissimo per la sua straordinaria intelligenza.

 

Adeodato significa “Donato da Dio”, e questo dice molto anche di come Agostino avesse accolto questa vita che nasceva comunque in una situazione canonicamente irregolare. Ma le parole del parroco mi hanno subito ricordato questo libro di Jostein Gaarder, per vari motivi.

 

Il primo è personale. Ho già parlato del mio padre spirituale, padre Rinaldo, che è morto pochi mesi fa (qui la sua storia). Bene, non ho più la mia copia di Vita Brevis. Un giorno, quando Rinaldo mi venne a trovare a casa, e questo libro era fresco di lettura, ne parlammo e glielo prestai. Ricordo anche l’esatto momento in cui lo tirai fuori dalla libreria per darglielo, e ho bene impressa l’immagine di lui che esce da casa mia con questo libro tra le mani.

 

Come succede spesso, questo libro non mi è stato restituito, ma né io né lui ci abbiamo più pensato alla fine, perché nella vita ci sono le cose urgenti e le cose importanti, e io e Rinaldo, quando ci confrontavamo, parlavamo di cose importanti. O perlomeno lui cercava di dare importanza alle sciocchezze che combinavo, che è una cosa un po’ diversa, ma che, secondo me, racchiude molto del senso della direzione spirituale.

 

Il secondo motivo per cui mi sono ricordato di questo libro era che mi ero concentrato, all’elezione di Leone XIV, su Sant’Agostino, ma con un interesse molto particolare per Adeodato, il figlio, di cui sapevo pochissimo, ma quasi senza considerare la concubina. E oggi mi sono ricordato di lei, improvvisamente, e ho subito pensato a come si fosse sentita, e il libro di Gaarder mette in luce molti degli aspetti che possono avere avuto un peso nella vita di questa donna abbandonata per un amore più grande, ma piuttosto insolito e difficile da accettare.

 

Il terzo è che, ogni volta che penso a questa storia di Agostino, penso anche al passo del Vangelo che dice che “chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37), e mi rendo conto che alla fine Agostino ha dovuto mettere da parte tutto per seguire le cose più grandi, ma che una personalità come la sua non poteva non vivere alcunché come non importante. Io mi sento molto Agostino, nella sua inquietudine, nella sua difficoltà di staccarsi da tutto, e non perché il suo tutto sia superfluo, ma semplicemente perché niente può essere escluso dal tutto.

 

Il quarto motivo mi ha fatto pensare, però, a questo Vita Brevis e a come Floria ribalti tutto l’universo di Agostino e delle Confessioni, ripercorrendole punto per punto – anche lì dove Agostino dice che essersi staccato dalla donna con cui andava a letto era stato come staccarsi un organo (sto parafrasando qui, ma il senso è quello) – e rileggendole con un nuovo significato, forse più vero, ma meno necessario.

 

Niente di quella passione, per Floria, è degno di essere messo da parte, e il fatto che Agostino derubrichi tutto al peccato, come se l’amore non fosse esistito, è per lei inaccettabile. E lo è, in un senso molto umano, e probabilmente lo è anche in un senso più divino. Ma Agostino non vuole rinnegare niente del suo passato, vuole solo cercare di dare un senso più grande alle cose, solo che per farlo ha bisogno di dare alle cose un nome spiacevole. Ma questo nome non racconta tutto: guarda al trascendente, mettendo da parte il contingente.  

 

Ma questo mi ha fatto pensare anche al lavoro del giornalista e, in generale, a chi svolge un lavoro intellettuale. Ogni tanto mi trovo a fare qualche lezione o incontro all’università, e all’inizio ero colpito dall’esuberanza, dalla sicurezza, anche dalla spavalderia dei giovani studenti. Le percepivo quasi come arroganza. Ma poi mi sono guardato dentro e mi sono detto che tutti, da giovani, siamo così, perché abbiamo questo fuoco che brucia dentro di noi. Tutti i giovani credono di aver capito il mondo, lo vogliono cambiare, e vivono le passioni fino in fondo.

 

Il problema è che poi si deve trovare un equilibrio tra le passioni e il desiderio di costruire qualcosa di più grande, e questo vale per tutto. La passione diventa più equilibrata, ma non si può diluire in qualcosa di troppo razionale, e quella ricerca di equilibrio è cruciale. Nel mio caso, e qui vado molto sul personale, è rimasta forte l’idea di raccontare il perché delle cose, e questo mi ha portato a una ricerca personale di senso che si è dipanata lungo tutta la mia vita da giornalista.

 

Siamo tutti Floria, in qualche modo, e diventiamo tutti Agostino, ma il modo in cui facciamo i passaggi, in cui siamo in grado di non lasciare niente indietro, in cui siamo in grado di accettare i nostri errori crea le inevitabili differenze.

 

Per il giornalista, la vita brevis è soprattutto la necessità di non dimenticare che esiste questa parte di passione, di irrazionalità, e che questa porta anche a commettere errori. Ci sono i peccati e c’è l’umanità, e pochissimi hanno un percorso netto, ma un buon giornalista non si può mettere sul piedistallo a giudicare. Deve capire, deve discernere, deve anche saper definire il bene e il male, ma non può mettersi a giudicare, perché altrimenti sta dicendo a chi legge cosa deve pensare, e non è questa la funzione del giornalista.

 

Per il giornalista, la vita brevis è, in fondo, essere come Floria, e quindi essere anche abbandonato, solo a se stesso, ma capace di guardare ai fatti con lucidità, anche con arroganza. Ma poi la vita brevis del giornalista riguarda anche la capacità di diventare Agostino, di saper guardare alla città di Dio, che per il giornalista è un’umiltà epistemologica tutta da costruire. Perché il giornalista è, in fondo, un po’ vanitoso, ama vedere la sua firma, ama raccontare e raccontarsi.

 

E così mi rendo conto che c’è molto di Agostino e molto di Floria in noi, e che questa ricerca di equilibrio mi ha accompagnato per tutta la mia vita. E me l’ha insegnato un libro che era rimasto nelle pieghe della mia anima senza farsi vedere e che mi ha ricordato un padre che si è insinuato nelle pieghe del mio cuore con discrezione, senza mai imporsi. Ed è qualcosa di molto grande.

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