Il 21 ottobre, ho incontrato un gruppo di studenti della Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia, grazie alla professoressa Weronika Kudla. Gli studenti erano a Roma nell’ambito di un programma sul futuro del giornalismo, in particolare sulle sfide del digitale, e li abbiamo incontrati all’Ambasciata di Taiwan presso la Santa Sede, dove anche l’ambasciatore Ho e il consigliere David Li hanno tenuto un discorso.
Le domande sono state diverse, e la discussione è stata interessante. Cerco di riassumere alcuni dei punti qui, perché secondo me vale la pena di pensarci.
Questo permetteva il pettegolezzo colto. Incontrare persone era più semplice, e era più facile lasciarle parlare liberamente, perché sapevano che non tutto poteva essere scritto e, sicuramente, non tutto in quella forma. Il tempo e lo spazio erano ristretti, ma ciò allargava le possibilità.
Ora si ha più paura del pettegolezzo colto. Se un monsignore si lascia andare al bar, parlando con gli amici, è possibile che qualcuno lo ascolti e pubblichi subito tutto il contenuto della conversazione, senza filtri, a volte direttamente sui social media, dunque senza alcun tipo di controllo.
Questo è il lato negativo.
Ma c’è anche un lato positivo. I media digitali dilatano anche lo spazio della scrittura. Quando scrivo per un giornale cartaceo, ho uno spazio definito, dal quale non posso scappare. Se scrivo un servizio per la tv, ho un formato in minuti che non posso evitare. Ma se scrivo per un mezzo digitale, allora ho tutto lo spazio che voglio.
Si obietterà: un pezzo lungo non è leggibile. Ecco, io posso dire che non è vero. Il punto non è la lunghezza del pezzo. È il ritmo. La scrittura è un esercizio musicale in cui si deve cercare di dare un ritmo preciso a ciò che si scrive. Il ritmo rende la lettura avvincente. Il contenuto le dà profondità. C’è bisogno di un contenuto profondo e universale perché un pezzo possa essere letto e tenuto come punto di riferimento anche quando è lungo e complesso.
C’è poi tutto il tema dell’informazione, e in particolare dei contenuti generati dall’Intelligenza Artificiale. L’antidoto è sempre uno: parlare di persona, andare di persona nei luoghi, viaggiare, comprendere. Il giornalismo è anche un esercizio psicologico. È vero che un’intervista, ormai, si può anche condurre online. Ma la prima intervista, il primo contatto, deve essere personale. Perché io, quando intervisto qualcuno, lo guardo negli occhi e capisco come pensa, come si muove, cosa vuole comunicare, e questo mi permette di trasmetterlo in quello che scrivo.
L’intelligenza artificiale aiuta a elaborare i dati e, in fondo, non è altro che l’evoluzione di ciò che già facevamo con Google o con altri motori di ricerca. Solo che prima semplicemente cercavamo memoria, ma non avevamo le risposte già pronte, ora i nuovi contenuti strutturano anche una risposta alle nostre domande, togliendo anche la fatica dello sforzo creativo di mettere insieme le informazioni.
Ma l’intelligenza artificiale non può sentire l’emozione, capire il senso di un evento, e avere un punto di vista. Può scimmiottare il nostro punto di vista, può fingere di essere umana al punto che un occhio non allenato non la distinguerà mai, ma l’esperienza personale e l’elaborazione umana non possono essere messe da parte. Resterà sempre un grado di approssimazione minimo che renderà l’intelligenza artificiale appunto artificiale, e l’intelligenza umana appunto umana.
Il problema sta piuttosto nel modo in cui l’intelligenza umana ha imparato ad elaborare concetti e simboli. Mi si chiede spesso cosa non si capisce, o si sovrasemplifica quando si fa Vaticano. Beh, il punto è che spesso ci si dimentica che tutto quello che fa la Santa Sede, dalla diplomazia alla cura dei poveri, e tutto quello che fa la Chiesa Cattolica, è parte di un qualcosa di più grande. Ci si dimentica del dato religioso.
Si dice che non si possa concentrarsi sul dato religioso perché non è giusto nei confronti di chi non crede. Ma questa è una scusa. Il dato religioso può, e deve, interessare anche chi non crede. Si dice che non si possa concentrarsi sul dato religioso perché non fa notizia. Qui c’è proprio un uso distorto della notizia: la notizia non si decide a tavolino prima, e comunque sì, il dato religioso è notizia per miliardi di credenti. Mettere da parte questa dimensione significa, in qualche modo, tradire la missione dei vaticanisti.
La questione della notizia tocca anche il tema degli algoritmi: spesso, attraverso di essi, vengono messe in luce solo dinamiche di polarizzazione, che funzionano meglio. È vero. Ma io sono convinto che pensare troppo agli algoritmi sia sbagliato. Ci sono molte cose che, a livello teorico, non dovrebbero funzionare, ma in pratica funzionano. Vale per il giornalismo, come per tante altre cose. L’algoritmo non è una sentenza e, in fondo, anche il libro di Dick (e il film con Tom Cruise) si intitola “Rapporto di Minoranza”, perché attesta che c’è sempre qualche eventualità che sfugge agli algoritmi.
E questo vale anche per i contenuti. Non si può, non si deve semplificare tutto. Le cose si devono dire come sono, accettando il rischio che le persone non capiscano. Si deve spiegare, si deve dare contesto, si deve fornire al lettore – fruitore – tutta l’informazione possibile. Ma non si può semplificare per far capire: Benedetto XVI ha rinunciato, non si è dimesso; i cardinali sono creati, non nominati. In un mondo come quello Vaticano, questi dettagli sono importanti. In generale, nel mondo, dare un nome alle cose è cruciale e favorisce la comprensione reciproca.
Quali sono, dunque, le caratteristiche che deve avere un giornalista oggi, in questo panorama soprattutto digitale?
Io credo che, prima di tutto, si debba essere curiosi: curiosi delle cose e anche delle persone. Si deve avere una profonda irrequietezza di capire, e comprendere. Si deve applicare la ormai famosa (per chi legge queste pagine) “umiltà epistemologica”, che significa avere l’umiltà di comprendere e ascoltare anche il punto di vista degli altri.
La curiosità è la prima qualità. La seconda qualità è quella di studiare, di volersi sempre migliorare, di leggere tantissimo. Non c’è una fonte privilegiata: ci sono tante fonti e bisogna comprendere ogni punto di vista. Si deve capire il gioco, che è anche quello di essere portati a pensare alcune questioni in un modo e non in un altro.
Si deve amare, e avere cura. Avere cura del proprio lavoro, della propria scrittura. Ma avere cura anche della persona di cui si parla e del lettore. Credo che la cura sia la discriminante necessaria, insieme alla curiosità.
Mi è stato chiesto anche come vedo il giornalismo tra dieci anni e quali sono le grandi sfide. Io credo che la grande sfida sia restare umani. Di accettare che ci sono errori e che ci si rialza dagli errori, e di farlo pensando sempre alla possibilità di fare meglio in seguito. La sfida, per un giornalista, è rimanere un giornalista che si consuma la suola delle scarpe, che parla con le persone e cerca di guardarle nel profondo, che pratica l’umiltà psicologica.
La sfida è anche non cedere all’idea che, con l’intelligenza artificiale, tutto sia più semplice. Lo è, ma non si deve mai perdere di vista la capacità personale di fare le cose. Su quella si deve lavorare. Sempre.
Alla fine, il futuro spetta ai giornalisti in grado di dare profondità. Andiamo sempre più verso una realtà di nicchia e parcellizzata, e non basterà più limitarsi a dare le notizie. Servirà essere, e non fare, i giornalisti. Ma questa è storia per un altro post.

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