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mercoledì 4 novembre 2026

Leone XIV ha votato per le elezioni USA. Come raccontarlo?

Leone XIV ha deciso di partecipare al voto di metà mandato negli Stati Uniti esercitando il suo diritto di cittadino USA, facendosi arrivare la scheda elettorale per posta a casa del fratello, e poi inviando un voto che, tra l’altro, sembra non sia ancora arrivato (perlomeno secondo quanto riporta la NBC).

La decisione del Papa ha aperto un ampio dibattito. Il Papa è anche sovrano dello Stato della Città del Vaticano.; per diritto canonico, lui è completamente identificato con la Santa Sede, e dunque perché votare per uno Stato straniero?

 

Ma c’è chi dice che il Papa sia prima di tutto un vescovo e, come tutti i vescovi, rispetti il Paese da cui proviene e voti di conseguenza, e che ciò dia un segnale a tutti i cittadini sull’importanza della democrazia.

 

Nel mio blog in inglese, MondayVatican (vedi qui: https://www.mondayvatican.com/vatican/leo-xiv-a-pope-who-wants-to-be-a-citizen), ho argomentato la mia obiezione secondo cui la decisione del Papa può, a lungo termine, indebolire la Santa Sede, soprattutto perché l’indipendenza della Chiesa è stata garantita da una sovranità definita nel tempo e che considera nella totale indipendenza del Papa da ogni potere estero una garanzia. Il Papa non è solo un monarca, ma ha una cittadinanza internazionale che prevale su tutte le sue eventuali altre cittadinanze. Del tema mi ero occupato quando si era parlato del fatto che il Papa potesse o non potesse votare in Perù, con un’ampia intervista al professor Antonio G. Chizzoniti, dell’Università Cattolica di Milano (qui il testo completo dell’intervista, piuttosto articolata, in cui si affronta anche il tema della cittadinanza del pontefice).

 

Il dibattito è aperto e, a volte, molto aspro, e non voglio intervenire sulle opinioni di ciascuno né rispondere direttamente alle obiezioni che mi sono poste. La mia argomentazione è pubblica, non la smentisco e credo che ognuno possa argomentare diversamente senza bisogno di aprire una discussione personale.

 

Questo dibattito, però, mi ha fatto pensare qualcosa sul giornalismo vaticano, e in generale sul giornalismo, e allora vorrei condividere qualche riflessione qui. Andrò avanti per punti, cercando di essere schematico e preciso.

 

1.     C’è una tendenza a leggere il Papato come fenomeno politico e, di conseguenza, a includerlo in un dibattito più ampio che riguarda la società e le questioni sociali ad essa inerenti. Io ritengo che questo sia un grande bias del giornalismo vaticano, e non solo da oggi. Le azioni del Papa non possono essere solo politiche. Possono avere un impatto sulla politica e sulla società, ma le scelte del Papa non possono essere pensate solo a tal fine. Sbaglia chi scrive e pensa che il Papa ragioni così, o attribuisca al Papa questo tipo di ragionamento. Sbaglierebbe il Papa se pensasse che volesse votare solo per dare un segnale. Perché il Papato è un mondo, il pontificato una storia e la Santa Sede un’istituzione. E tutto questo, in qualche modo, mi sembra non venga considerato nel dibattito pubblico.

2.     Così, l’uso di criteri secolari tende a ridurre anche la profondità dell’istituzione del pontificato. Leone XIV vota – si argomenta – perché, in fondo, è prima di tutto un vescovo. Leone XIV vota perché il papato è un ufficio, è un servizio. È vero che il pontificato sia un ufficio, un servizio e che il Papa sia, prima di tutto, vescovo di Roma. Ma il Papa, in quanto vescovo di Roma, assume l’identità della Santa Sede. È il sovrano dello Stato di Città del Vaticano. Parla al mondo e alla pari con i sovrani, e intercede presso i capi di Stato. E no, i verbi non sono casuali. Ho dedicato una serie di libri e di articoli ai linguaggi pontifici (gli articoli sono tutti qui: https://www.acistampa.com/tag/linguaggi-pontifici - i libri si trovano qui: https://www.editorialeromani.it/?s=gagliarducci) e mi colpì molto, nelle mie conversazioni con monsignor Stefano Sanchirico, scoprire che ai reali veniva destinata l’accoglienza con un picchetto della Guardia Svizzera di nove componenti, mentre ai presidenti ne spettavano sette. Il protocollo racconta il modo in cui si percepisce un’istituzione. E il protocollo vaticano spiega, di fatto, che il Papa è pari ad un re, e si considera alla pari. È una monarchia elettiva, e dunque non ereditaria. Ma è pur sempre una monarchia. Insomma, il Papa è vescovo, ha una funzione, ma questa non può in alcun modo essere distinta dalle altre funzioni. Anche questo mi sembra non sia stato notato nel dibattito.

3.     Dirò una cosa che può sembrare razzista, ma non lo è. È solo una constatazione. L’idea che il Papa sia solo un vescovo e che possa non includere tutto il resto proviene soprattutto da giornalisti formati in Paesi con istituzioni più giovani, e dunque meno legati alla storia e alle tradizioni sedimentate. Un po’ come Meghan Markle che, nella docuserie con Oprah Winfrey, spiega di non sapere come ci si inchina di fronte alla regina, giustificandosi con il fatto che lei, in fondo, è canadese (https://www.youtube.com/watch?v=ADB8mUWB078). Qualche anno fa, quando ancora c’erano i pool di giornalisti per accompagnare capi di Stato o re in visita dal Papa, mi ritrovai a conversare con uno di questi giornalisti, che era neofita dei pool. Io spiegavo il protocollo; lui disse semplicemente che, dato che non era un’istituzione divina, questa cosa poteva tranquillamente essere cambiata. Il fatto è che la storia ha sempre un senso e le tradizioni sono un linguaggio: va rispettato. Il rischio è che, nell’idea di considerare tutto superfluo, si attui un vero e proprio bullismo culturale sulla storia, con la convinzione che tutto debba essere messo in discussione.

4.     Ora, il bullismo culturale è qualcosa che può funzionare in ogni istituzione che mantiene una struttura, ma che è comunque democratica e che, per questo, non può ragionare su un arco superiore a cinque anni, ovvero da elezione in elezione. E lo si può fare di fronte a un’istituzione giovane, che si sta ancora formando – in effetti, quando il re Carlo III festeggia i 250 anni degli Stati Uniti dicendo che per l’Inghilterra quel tempo è “l’altro ieri” (si può vedere il suo discorso al congresso qui: https://www.youtube.com/watch?v=3UW9ud0yNIs), sta sostanzialmente dicendo proprio che il quarto di secolo degli Stati Uniti è relativamente giovane rispetto alle altre istituzioni europee. Ma era il problema che c’era anche nel pontificato di Papa Francesco, che era imbevuto da un’idea molto latino-americana in cui il leader veniva prima delle istituzioni – e infatti l’eroe di Papa Francesco e dell’America Latina è Simón Bolivar, presidente di molteplici nazioni e incarnatore di un sogno di libertà che però non ha avuto il tempo di affrancarsi con istituzioni proprie.

5.     Da qui viene la domanda: si può fare giornalismo vaticano senza considerare la storia e il senso delle istituzioni di cui si parla? Io credo che non si possa nemmeno pensare di fare giornalismo vaticano senza cercare di comprendere la profondità dei segni, dei gesti, della storia e del perché la Chiesa si è costituita in un’istituzione come la Santa Sede.

6.     Insomma, non basta compiacersi se il Papa dice qualcosa che condividiamo, o se ha una forza morale su alcuni temi che ci permetta di respirare in una società sempre più priva di valori. È superficiale, in qualche modo, pensare che quella autorevolezza derivi dalla sola figura del Papa. Certo, la figura del Papa conta, ma è l’istituzione quella che resta, mentre i Papi passano, e il Papato si è strutturato in questo modo per secoli, con una crescita che va considerata e compresa.

7.     Non si può usare un linguaggio politico per comprendere il Papato. Si può usare un linguaggio laico, ma anche quello deve poi concedere ai termini religiosi lo spazio necessario, perché resta sempre un tema di fede, storia e teologia che non riguarda la politica, il contingente, il sociale.

8.     Ora, il Papa ha deciso comunque di non considerare tutte queste sfumature, facendo prevalere il suo spirito di cittadino, che si era già palesato in altre occasioni. Ma mi colpisce il fatto che non sia stata fatta, da parte del Papa, una considerazione su come questa scelta, e la comunicazione della scelta, potessero creare dei problemi, almeno a livello di principio, alla Santa Sede.

9.     Colpisce anche che le reazioni, in generale, si concentrano su tecnicismi che però non toccano l’impianto generale delle obiezioni. Per esempio, la legge degli Stati Uniti consente la doppia cittadinanza; la legge dell’Illinois (lo Stato in cui vota il Papa) garantisce l’immunità della Santa Sede e dunque non ci dovrebbe essere un problema se il Papa vota, perché la Santa Sede potrebbe non essere indebolita. Ma, come ho detto, questo è un tecnicismo che non toglie nulla alla questione principale: se il Papa vota, è come se la Santa Sede votasse; ma se la Santa Sede vota, allora non solo prende parte a un’elezione, ma si dichiara soggetta alle leggi di un altro Stato. Sembra un ragionamento per assurdo, ma è una possibilità e gravida di conseguenze complesse. Perché la Santa Sede ha sempre fatto valere la sua eccezionalità per difendere la libertas ecclesiae, e il fatto che non sia più eccezionale ha come conseguenza diretta che può, eventualmente, non essere considerata un’entità indipendente.

10.  Ma allora perché c’è una reazione positiva alla decisione del Papa di votare? Perché vale sempre quel principio per cui si vuole vedere le persone che hanno un potere o un’autorità funzionare come se quell’autorità non esistesse. Chi non ha autorità vuole che tutti siano alla pari, vuole vedere chi comanda al suo stesso livello. Il punto è che, però, non siamo tutti uguali: i ruoli hanno un senso, le istituzioni anche, e chi è alla guida delle istituzioni non può essere come chiunque altro. Qui non si tratta più di eguaglianza, ma di egualitarismo.

11.  Ora, l’egualitarismo diventa un problema quando ci si approccia al Vaticano, perché la gerarchia in Vaticano è precisa, definita, delineata: i ranghi sono visibili e, per quanto ci siano sempre più laici nei posti di comando, un cardinale resta cardinale, un arcivescovo è sempre un arcivescovo e un vescovo è sempre un vescovo. Non ci può essere egualitarismo, nella Chiesa, e non si può pretendere che la Chiesa, e la Santa Sede, abbiano un approccio di tipo egualitarista.

12.  Insomma, si fallisce spesso nel raccontare la Santa Sede, il Vaticano (che, tra l’altro, è un’entità astratta: il Vaticano non esiste per sé) e la Chiesa, perché si vuole guardare a queste istituzioni in termini secolari, con gli occhiali di chi non vuole riconoscere alla Chiesa nemmeno la sua storia. Non lo fanno solo i nemici della Chiesa. Lo fanno anche molti cattolici che non sanno il perché di tante scelte e trovano molto protocollo o istituzioni bizzarre. Persino, oserei dire, cardinali, che rischiano di essere fuorviati dal fatto che in un villaggio come il Vaticano tutto viene amplificato, e che dunque c’è una strada verso l’inferno lastricata di ottime intenzioni (e un po’ di vanità) quando ci si trova ad affrontare le cose vaticane.

 

Il fatto è che il Papa davvero perde la sua personalità, e anche quando Leone XIV scherza dicendo che “il Papa deve essere neutrale, ma Prevost la pensa diversamente” (Chris Altieri ha un bell’editoriale su questo), di fatto sta creando una scissione. Il Papa assume un altro nome e il suo nome di battesimo viene pronunciato di nuovo solo al momento della morte. Noi conosceremo sempre Leone XIV come Robert Francis Prevost, ma lui non è più Prevost, è Leone XIV, si firma come Leone XIV; e tutti gli atti che compie hanno forza in virtù di questo nome e di questo ufficio, che nasce dal fatto di essere vescovo di Roma, ma che assume tante connotazioni differenti.

 

Il grande problema è che, di fronte alla crisi delle istituzioni, tutti vogliono vederle crollare in qualche modo, e la Santa Sede è tra quelle considerate “sacrificabili”. Vuoi perché non si vuole dare potere alle religioni, vuoi perché c’è molto pregiudizio, vuoi perché non si vuole pensare ad una religione che abbia una struttura che la voglia davvero libera.

 

Ma il giornalismo vaticano è chiamato a guardare a quella istituzione, a comprenderne i meccanismi, a conoscerne la storia e a sapere perché non si possono cambiare le cose lamentandosi che non ci si può opporre con “il si è sempre fatto così”.

 

La tradizione non è un orpello. È il frutto di una lunga sedimentazione e di numerosi esperimenti. Non è qualcosa di intoccabile. Non può neanche essere distrutta, però. E invece, probabilmente, non si vede l’ora di mettere da parte gran parte della tradizione della Chiesa, e in particolare dei suoi simboli.

 

L’effetto che si crea è straniante, e lo diventerà ancora di più in attesa di ciò che Leone XIV dirà sulla sua scelta di votare. Tuttavia, qualunque spiegazione potrebbe risultare insufficiente, perché l’annuncio del suo voto ha comunque messo a rischio la Santa Sede. Almeno, sarà a rischio se tra i nemici della Chiesa ci sarà qualche internazionalista capace di mettere la Santa Sede sotto accusa e di utilizzare la scelta di Leone XIV come precedente per rivendicare la non-autonomia della Chiesa. È un ragionamento forse molto assurdo, molto avanzato, e di difficile comprensione. Ma non è un ragionamento peregrino. È una possibilità.

 

 

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