Cerca nel blog

venerdì 11 settembre 2026

A un quarto di secolo dall'11 settembre

Ho passato anni a leggere tutto ciò che capitava sulla morte di John Fitzgerald Kennedy, ho persino comprato il rapporto Garrison, mi sono imbevuto dei romanzi di James Elroy (con il magnifico “Sei pezzi da mille”), ma anche di quelli di Don De Lilllo (e “Libra” qui è il punto riferimento assoluto), ma mai avrei pensato che ci sarebbe stato un evento, nella mia vita, che avrebbe assunto quella dimensione di spartiacque come era stata la morte di Kennedy per gli Stati Uniti e per la civiltà cosiddetta occidentale.

Invece, 25 anni fa, accadde l’11 settembre. La generazione dei miei genitori si chiedeva, ogni tanto, all’improvviso, cosa stessero facendo il giorno in cui hanno saputo dell’assassinio di Kennedy. La mia generazione, quasi all’improvviso, ha cominciato a chiedere cosa stessero facendo nel momento in cui hanno avuto contezza dell’attentato alle Torri Gemelle. E tutti noi lo ricordiamo nitidamente.


 A quel tempo io dormivo da mia nonna a Roma, stavo cominciando l’università e avevo già iniziato a lavorare in un’agenzia di viaggi che non esiste più, la Zefiro World. Così, quella mattina, andai a lavoro e poi subito in segreteria dell’università, per definire alcune pratiche legate all’iscrizione alla LUMSA. E poi andai a piedi fino alla fermata del 40, pensando di tornare a casa di mia nonna, ma anche di chiamare qualche amico che avevo conosciuto alle selezioni, perché magari potevo prendere un caffè. E fu in una di queste telefonate che uno di loro, che era a casa ben saldo davanti alla tv, mi disse dell’attacco alle Torri Gemelle. “Ci sarà sicuramente una guerra”, mi disse.

 

Non dico il nome di questo ragazzo, che poi ha scritto anche libri di storia sulla nobiltà nera romana, e del quale ricordo ancora a memoria il numero di telefono di allora. Ma era un ragazzo di cui mi fidavo, del quale ero affascinato, e dunque mi venne subito voglia di comprendere meglio. Ma 25 anni fa non c’era Internet sul cellulare e serviva una tv. E la tv era a casa di mia nonna. Allora, sono tornato a casa di mia nonna, dove trovai mia zia, Franca, che era lì perché al tempo lavorava a via Veneto, e tutta l’area era stata ovviamente evacuata per ragioni di sicurezza, per proteggere l’ambasciata degli Stati Uniti.

 

Nessuno di noi aveva il coraggio di staccare gli occhi dalla tv, mentre le torri crollavano, le notizie si susseguivano e cercavamo di comprendere quello che stava succedendo. Io vedevo questa scritta, “America Under Attack”, e cominciai a scrivere quello che pensavo fosse un articolo per raccogliere le emozioni e capire cosa stesse succedendo. Forse è stato in quel momento che l’Occidente ha perso la sua innocenza. O, perlomeno, così pensavamo allora.

 

Quelli che sono seguiti all’11 settembre sono stati anni di dibattiti. C’è o non c’è uno scontro di civiltà? La storia è finita o no? È vero l’assioma di Oriana Fallaci secondo cui non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici?

 

È nata in quel tempo la nostra vocazione internazionalista, ma anche la volontà di essere parte del mondo. Pensavamo di essere in mezzo a una guerra. L’11 marzo 2004 si verificarono gli attentati di Madrid. Il 7 luglio 2005 arrivarono quelli di Londra. E pensavamo che quel tipo di conflitto non si sarebbe mai fermato, perché succede quando sei in una bolla.

 

Per quanto mi riguarda, l’11 settembre ha cominciato a plasmare un interesse che ho portato con me in modo costante. A me non bastava osservare la cronaca. Ero affascinato da quel grande mondo di narrazione USA che ha creato i musical e anche i memorial dell’11 settembre, con la enorme raccolta fondi per le vittime durante la quale le star internazionali si alternavano una dopo l’altra a raccontare le storie delle quasi 3 mila vittime degli attacchi. Ero ovviamente attratto anche dalle ipotesi di complotto, dalle più inverosimili a quelle più plausibili. Poi, in un Porta a Porta, dopo gli attentati di Madrid, ascoltai parlare di padre Jean-Marie Benjamin, che aveva previsto l’escalation. E mi colpì. Andai a scoprire la storia di Benjamin: la sua vita da musicista agnostico convertito da Padre Pio (ne ho scritto qui), la sua vocazione tardiva, il suo ruolo di mediatore nel periodo precedente la guerra in Iraq e, in particolare, il suo lavoro nel far parlare Giovanni Paolo II con il vicepresidente iracheno (e cristiano) Tareq Aziz. Ma mi colpì soprattutto la sua lucidità di analisi, la sua comprensione delle situazioni.

 

Gli scrissi, mi invitò a casa sua, lo conobbi, parlammo, mi regalò il suo ultimo CD dedicato proprio alla situazione in Iraq (che ho regalato a mia volta poi, a una mia amica che lo voleva tanto) e cominciai a cercare di comprendere molte cose. Come funzionava la Segreteria di Stato vaticana, dove lui aveva lavorato. Come funzionava la diplomazia della Santa Sede. E, soprattutto, come leggere le situazioni internazionali e comprendere i trend in anticipo. Di padre Benjamin, mi aveva colpito la capacità di prevedere le cose, la lucidità nell’esporle.

 

Nel frattempo, avevo cominciato a studiare la filosofia del linguaggio, e mi ero appassionato alla filosofia del dialogo, perché il dialogo è comunicazione, e tutto comincia per me con la post-fazione molto semiotica che Umberto Eco include in una delle edizioni del Nome della Rosa (ne ho scritto qui: https://vaticanreporting.blogspot.com/2026/02/umberto-eco-e-i-suoi-boschi-narrativi.html), e dunque tutto in qualche modo si incastra, gli interessi cominciano a convergere.

 

E poi muore Giovanni Paolo II e mi rendo conto che sì, si può scrivere della Santa Sede, si deve scrivere della Santa Sede, e si può farlo con una prospettiva internazionale. Ed è questa ricerca che mi porta a fare un progetto di dottorato – o comunque un libro – sul dialogo mediterraneo, che un po’ rientra nella mia tesi di laurea di quegli anni, e che oggi è diventato di gran moda con la Teologia del Mediterraneo. Ed è così che poi conosco Pasquale Ferrara, che mi porta a Trento come osservatore di incontri su religioni e diplomazia, alla base di molti dei miei interessi di oggi.

 

Alla fine, a pensarci bene, la scintilla nasce da quell’11 settembre, da come quel dibattito si è sviluppato e da come io ho cercato di trovare una dimensione nel mondo, un mio linguaggio, una mia capacità di analisi e una mia lettura dei fatti, rubando dagli analisti. Il giornalismo, in fondo, è questione di incontro.

 

Com’è cambiato il giornalismo dall’11 settembre? E, soprattutto, com’è cambiato il giornalismo vaticano?

 

Il giornalismo ha risentito della guerra: si è polarizzato ed è entrato in una guerra d’opinioni che era prima di tutto politica e ideologica. Il giornalismo è diventato sempre più politico, in un mondo che aveva politicizzato tutto.

 

Il giornalismo vaticano, in qualche modo, sembra essersi adeguato. Ma è proprio lì che io ho cercato di fare la scelta diversa. Ho cercato di allargare lo sguardo, di superare le letture un po’ scandalistiche – che pure avevo avuto, per esempio quando scrissi il libro “Propaganda Fide R.E.”, il cui ultimo capitolo, però, testimonia molto della linea di giornalismo che stessi prendendo, e infatti era quello che piacque di più al mio mentore Benny Lai e di meno a chi leggeva il libro pensando di trovarci una storia scandalistica come le altre.

 

Queste sono solo due pillole di una riflessione più ampia, che forse ha bisogno del respiro di un libro, e sicuramente del respiro di un dibattito. Di certo, il mio ultimo libro, “Un ordine mondiale senza Dio?” (qui la scheda: https://edizionicittanuova.it/prodotto/un-ordine-mondiale-senza-dio/) è l’epitome di questo percorso.

 

Un percorso che, in fondo, nasce dall’incontro con la storia. Ed io, che di incontrare la storia sono sempre stato ossessionato, non potevo che trovare una scintilla a partire dall’11 settembre. Solo che non sapevo dove mi avrebbe portato.  

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento