Io posso definire un momento preciso in cui mi sono innamorato definitivamente della semiotica, del modo in cui questa poteva aiutarmi ad analizzare il mondo e di come quel tipo di analisi fosse fondamentale nella mia vita. E quel momento è nell’estate del 1997. Perché in quell’estate mi ritrovo ad aver letto qualunque cosa mi sia capitata a tiro in casa, e mi trovo tra le mani “Il Nome della Rosa”. E lo leggo, non perché conosca Umberto Eco, non perché sappia di cosa si tratti, ma perché il titolo promette bene, e poi ho letto persino i romanzi rosa, posso anche leggere un giallo medievale.
E il libro mi piace, eccome se mi piace, e non tanto per la trama, ma perché è uno straordinario sfoggio di erudizione, e perché ci ritrovo un sacco delle cose che leggevo a tempo perso di qua e di là, e anche alcune cose che avrei imparato a conoscere. Ma la cosa che mi affascina di più del libro è la postfazione, che ne racconta la genesi, i personaggi e le modalità di scrittura, e che fa un sacco di riferimenti che, appunto, stavo solo cominciando a conoscere. Come quello a Borges per caratterizzare il personaggio del libraio cieco.
Così, visto che ci sono, mi trovo a leggere anche Il Pendolo di Foucault nell’estate successiva, quella del 1998. E con il Pendolo resto completamente affascinato. Perché nel Pendolo ci sono tantissime cose che già leggevo, dai Rosacroce ai complotti massonici fino ai Templari, e questo mi piace già. Ma si trovano in modo che tutto venga destrutturato e ricostruito. Capisco che una storia da raccontare diventa reale nel momento in cui la consideriamo reale, ma che la realtà è un’altra cosa. Imparo che “da una serie di divieti si possono capire i comportamenti”. Imparo gli archetipi, e la loro fallacità. Nasce in quel momento un certo cinismo.
Ma nasce anche una grande curiosità, perché a quel punto ho capito che queste cose sono tutte connesse. Che le letture dei grandi romanzi dell’Ottocento – al tempo bevevo Il Conte di Montecristo, I Tre Moschettieri, L’Assommoir – sono parte di una storia più grande, tutta da capire. Che è importante non tanto il percorso con cui si arriva alle narrazioni, ma il modo in cui ci si arriva. E che tutto questo può essere studiato. Ancora non lo so, ma ci vuole anche disincanto per fare tutto questo. Ma quella è una cosa che si impara con il tempo
Estate 1999, è il momento di legge L’Isola del Giorno Prima. E la capisco meno, la trovo più lenta, ma ci trovo un pizzico di aristotelismo, perché in me è nata l’idea che per Eco non c’è niente che non debba avere un senso o un filo conduttore quando scrive, e dunque il mio obiettivo non è più leggere la storia, ma capire quel senso collettivo.
Sull’Isola del Giorno Prima mi devo fermare, perché è lì che mi viene la malsana idea che un giorno dovrò andare alla Fiji sulla linea del cambio di data, per saltare di qua e di là e dire: “oggi è ieri”, “oggi è domani”. Ed è dalla Fiji che è partita la grande maratona per ricordare Umberto Eco, morto il 19 febbraio di dieci anni fa, e che ha lasciato nel testamento che non ci dovranno essere commemorazioni sui suoi studi e sul suo nome per almeno dieci anni. I dieci anni sono scaduti.
Ed io forse mi sono ripreso anche dallo shock di svegliarmi in un albergo di Mantova e scoprire che Umberto Eco è un altro di quelli che, per me, resteranno nel mito, perché non l’ho mai conosciuto di persona. E forse è un bene, perché se conosci le persone rischi di restare deluso. Ma se cerchi quello che scrivono, beh, lo scrivere non può mai davvero deludere.
Di Eco ho letto praticamente tutto nel corso degli anni. Mi sono divertito a rivedere le Interviste Impossibili che scriveva per la Rai (e cito continuamente quella a Muzio Scevola, che mi fa ridere). Ho adorato le recensioni impossibili, che dimostravano già molto tempo fa come, alla fine, se si leggessero solo le cose con gli occhi del mercato, non si avrebbero tanti capolavori. L’ho un po’ odiato per aver corroborato questa sua teoria parlando del Tristram Shandy in Sei Passeggiate nei Boschi Narrativi, cosa che mi ha portato a leggere il libro e a pentirmi di averlo fatto perché sinceramente non ci riuscivo a trovare il divertimento dotto che ci trovava Eco.
A Perugia, per iscrivermi all’università (dove poi non andai), comprai i Cinque Scritti Morali e, ancora, la sua definizione di Ur-Fascismo mi sembra la cosa più logica di cui possiamo parlare oggi per comprendere i fenomeni simil-politici, o meglio di etichettatura politica.
Eco per me è stato un compagno, c’era un periodo che lasciavo i suoi libri un po’ ovunque per casa e ne rileggevo un pezzo volta per volta, avrò consumato i Sette Anni di Desiderio e ho riletto non so quante volte un articolo sulla Leçon di Roland Barthes, cosa che poi mi ha portato a leggere e studiare lo stesso Barthes e a comprendere che Barthes era un genio che aveva paura di scrivere, ma non di raccontare quello che avrebbe potuto scrivere.
E poi c’era la semiotica, studiata a tratti e poi sistematicamente, arricchita – grazie alla professoressa Daniella Iannotta, che non finirò mai di ringraziare – con la filosofia del linguaggio. Eco partiva dall’estetica medievale fino a un pensiero più cinico, quasi sociologico, ma ammantato di ironia. Io ho fatto il percorso inverso, perché cercavo di imitare Eco e alla fine mi sono ritrovato a giocare con le parole e a cercarne non solo le strutture e i segni, ma la performatività.
Eco mi ha insegnato a non dormire. Perché io volevo leggere tutto ciò che era citato, sapere tutto ciò che succedeva, e mi rendevo conto che non potevo farlo se dormivo otto ore al giorno, a meno che non rinunciassi a uscire con gli amici, a suonare la chitarra o a fare tutte le altre cose che mi piacevano fare fuori di casa. Così ho cominciato a prolungare le ore di lettura, nel disperato tentativo di mettermi in pari, invidiando, in fondo, anche la possibilità economica di Eco, che raccontava di aver trovato l’intuizione della tesi su San Tommaso e sull’estetica rimestando un libro in una bancarella di Parigi. Ma io, da studente, non avevo i soldi per viaggiare, figuriamoci per andare a Parigi a rimestare tra le bancarelle.
Ad oggi, Il Pendolo di Foucault è il mio libro preferito, lo rileggo periodicamente, e ci ritrovo tutte le mie passioni di gioventù mischiate alla profondità di quello che ho compreso oggi. Mi sono disincantato con il tempo, sono diventato più cinico, più abile nella lettura, e ogni tanto mi trovo a pensare che forse oggi mi piacerebbe parlare con Umberto Eco e trovare il modo di raccontargli tutto questo.
Certo, io sono rimasto credente, ho una fede ancora forte nascosta da qualche parte del mio animo, mentre lui diceva di non averne più. E forse questo mi rende diverso, forse è a questo che si deve il mio disincanto.
Ma questo ad Umberto Eco è per me un omaggio dovuto, un ricordo che non potevo mancare a dieci anni dalla morte. In fondo, come diceva Eco, chi non legge vive solo una vita, ma chi legge ne avrà vissute centomila. E io credo di aver davvero vissuto le centomila vite di Eco, perso nei sentieri dei boschi narrativi, o abbacinato dalla Misteriosa Fiamma della Regina Loana, o preso nelle cupe atmosfere del Cimitero di Praga, un po’ apocalittico e un po’ integrato, ma sempre a parlare di Kant e dell’ornitorinco.

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