Forse non ci siamo mai davvero fermati a leggere il testo con cui Benedetto XVI ha annunciato il suo gesto più rivoluzionario e al tempo stesso sacerdotale: la rinuncia al ministero petrino. Perché siamo stati presi dall’emozione del momento, poi dallo shock, poi da un nuovo pontificato che sembrava arrivato con i crismi della rivoluzione, e quindi dalle ipotesi di complotto che hanno reso il gesto di Benedetto XVI proprio qualcosa che rimaneva sullo sfondo. Ma niente di ciò che faceva Benedetto XVI era banale. Tutto aveva un senso.
Tredici anni e due pontificati dopo (uno terminato, uno in corso) vale la pena rileggere Benedetto XVI, perché forse è questo il lavoro del giornalismo vaticano oggi: rileggere a mente fredda, cercare di dare interpretazioni complete, di andare oltre l’emozione del momento. Rileggere, perché niente nella Chiesa è qui ed ora e perché tutto ha un senso nella storia della Chiesa. Rileggere, perché tutto va contestualizzato.
Benedetto XVI diceva che “dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. Ci stava dicendo che c’era bisogno di un Papa giovane, in forze, capace di garantire una presenza. Ma non era solo una presenza fisica. Certo, il fatto che Benedetto, durante il viaggio in Messico e Cuba, avesse avuto un mancamento e fosse caduto (lo aveva raccontato l’allora direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian) aveva avuto le sue implicazioni pratiche. Benedetto XVI sapeva che un viaggio intercontinentale, con tutti gli impegni che comportava per un Papa in carica, sarebbe stato difficile da sostenere.
Ma il problema non stava tanto nella presenza fisica del Papa nei luoghi in cui era necessaria. Benedetto XVI sapeva anche che c’era una necessità di essere presenti a se stessi in una transizione fondamentale per la Chiesa. Aveva detto a Peter Seewald, in Ultime Conversazioni, di essere l’ultima persona del Vecchio Mondo, ma anche che il Nuovo Mondo non era cominciato. Ecco, con la rinuncia Benedetto XVI apriva la Chiesa al Nuovo Mondo. Chiedeva di guardare alle sfide rinnovate, di superare quello che era stato un dibattito che si era completamente burocratizzato nelle dinamiche del post-Concilio Vaticano II. Ci voleva non un Papa giovane nel senso di età, ma giovane nel senso di capacità di mantenere il governo della Chiesa e transitarla oltre il mondo che si era creato.
Probabilmente questo non era stato compreso, di Benedetto XVI. Tutto il suo pontificato è stato una preparazione al “Nuovo Mondo”, un modo di mettere le basi teologiche e pratiche della Chiesa che doveva forse rinnovarsi nelle strutture, ma non nelle idee, e che doveva cambiare prospettiva, ma non dottrina. Benedetto XVI ha cercato con tutte le sue forze di gettare le basi per una comunione. Lo ha fatto in modo teorico, con la lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda, per esempio, ma anche con il suo discorso sul “Concilio dei Padri e il Concilio dei Media”, il suo “testamento spirituale” lasciato ai sacerdoti di Roma qualche giorno dopo la rinuncia, pronunciato tutto a braccio. Lo ha fatto parlando di “ermeneutica della continuità” sin dal suo primo discorso alla Curia romana, ma anche liberalizzando il rito antico per cercare di sanare le ferite.
Certo, anche le strutture stavano cambiando, ma sempre nell’ambito di una ristrutturazione necessaria e moderna, non di un taglio con il passato. Niente doveva essere ideologico. Tutto doveva essere armonizzato. Per quello serviva un Papa giovane, nella mente di Benedetto XVI. Serviva qualcuno che potesse essere di una nuova generazione, al di fuori dei pregiudizi e del dibattito che aveva caratterizzato la Chiesa e che pure avevano condizionato in qualche modo il pontificato di Giovanni Paolo II.
Torniamo alla declaratio. Benedetto XVI sottolineava di essere consapevole che “questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.
La parte della sofferenza e della preghiera è fondamentale. Benedetto XVI, da Papa emerito, ha pregato incessantemente per la Chiesa. Era il periodo dell’intercessione, e l’intercessione era necessaria. Ma rimettere tutto alla preghiera è anche un segno di grande fiducia. È sapere che la Chiesa non dipende da alcuna attività umana, ma da Dio.
E infatti, alla fine della declaratio, Benedetto XVI affidava “la santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”.
In quella declaratio c’era uno sguardo al futuro che probabilmente non è stato compreso. E forse solo oggi sta avvenendo quel cambio generazionale che Benedetto XVI auspicava. Benedetto XVI chiedeva di cambiare prima di essere costretti a farlo. Cambiare rimanendo nella Chiesa, ma guardando ad un futuro nuovo. Era stato, a suo modo, un profeta.
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