La morte di John Allen lo scorso 22 gennaio ha colpito tutto il mondo vaticano proprio alla vigilia della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che è poi anche il giorno di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
Ora, io non ho ricordi personali di John Allen, non ho mai coltivato un’amicizia o una frequentazione con lui. Però seguivo e conoscevo il suo lavoro, lo apprezzavo soprattutto per le straordinarie metafore che servivano a tradurre il “vaticanese” in “americanese”, pur non condividendo fino in fondo le similitudini che faceva. Soprattutto, io tendo a dare un senso simbolico a ogni cosa che succede e, per questo, la morte di John Allen mi porta a riflettere su una serie di questioni, tutte da comprendere.
Con John Allen, se va un’epoca. È l’epoca dei vaticanisti della generazione 2.0, ma in realtà nella loro versione 2.1 o 2.2. John aveva cominciato a fare vaticano negli ultimi anni degli anni Novanta, non aveva dietro di sé la storia dei vaticanisti della prima generazione. Ma veniva dagli Stati Uniti, aveva cominciato a guardare al Vaticano con un certo distacco, e questo gli permetteva di approcciarsi alle storie in maniera più fresca della generazione 2.0, la generazione dei vaticanisti, nata dopo il Concilio Vaticano II e che del Concilio aveva ereditato il dibattito, la contestazione, le visioni contrapposte.
Ines San Martin, una delle tante che ha avuto in John un mentore, ha raccontato che questi si era trasferito a Roma a seguito di una critica ricevuta su un suo libro, in cui si sottolineava che era facile giudicare nel comfort di chi sta lontano. Critica che aveva trovato giusta, e che aveva cercato in qualche modo di superare. Se la scelta di trasferirsi e conoscere una nuova cultura era la cosa più giusta da fare, perché il centro si vede meglio dal centro, almeno nelle sue dinamiche profonde, il fatto che abbia cominciato il lavoro senza pregiudizi ne faceva un vaticanista diverso dalla generazione cui apparteneva. Questa diversità è stata la sua forza.
Ma John portava anche un qualcosa di diverso. Portava una mentalità anglosassone, unita a una scrittura brillante e a un medium che gli permetteva di esercitare “licenze creative”. La mentalità anglosassone prevedeva che tutto dovesse essere verificato e raccontato con precisione, perché così è la lingua inglese. Manca delle sfumature, mancano delle possibilità. Ogni lingua dice un mondo e costringe un’espressione. Roland Barthes, nella sua fantastica Leçon (leggetela, è bellissima), arriva a dire che “la lingua è fascista”, perché in fondo ti costringe in alcune regole precise.
Il mezzo, tuttavia, era il National Catholic Reporter, ed era una rivista progressista, vero, ma aveva anche compreso la forza del digitale. In un tempo in cui internet si stava sviluppando, la sua rubrica The Word From Rome diventava un punto di riferimento straordinario, dove venivano raccolte tutte le informazioni, anche quelle apparentemente secondarie. Allen è stato tra i primi a capire la potenzialità di Internet e ad usarla, e questo ne faceva un giornalista diverso, perlomeno un giornalista che sapeva guardare alla professione, cercando di trattarla con un rispetto estremo, senza buttare via niente, anzi, usando tutto quello che c’era per raccogliere altre informazioni e raccontare altre storie.
Parlando del lavoro di John, Colleen Dulle di America ha detto che questi era passato con gli anni dalle notizie all’analisi. Fermo restando che raccontare una notizia è spesso necessariamente un’analisi, il fatto che John fosse diventato sempre più analista raccontava appunto questa evoluzione del giornalismo, e in particolare del giornalismo vaticano. Perché ormai non basta dare le notizie: serve un approccio analitico e contestuale. In un mondo dominato da un eccesso di informazioni, spiegare le storie diventa la più grande differenza tra un professionista vero e un semplice informatore, o addirittura un’intelligenza artificiale.
John, insomma, era un ponte tra la generazione 2.0 e la generazione 4.0 di vaticanisti. Era troppo vicina alla generazione 3.0, la mia, per essere un ponte anche con quella generazione. Stava in mezzo, era un anello di una catena generazionale, ma creava ponti al di là, e per questo l’esperimento di Crux ha portato una nuova generazione di giovani giornalisti alla ribalta. Giovani, ma in una fase nuova.
Oggi questi giovani giornalisti si trovano ad affrontare una sfida ancora diversa. Ovvero, raccontare un pontificato che nasce in maniera nuova, fuori dal dibattito del Concilio Vaticano II che è stato finora centrale, al di là delle categorie che siamo stati abituati a pensare, oltre persino la crisi degli abusi della Chiesa, che resta ed è presente, ma che verrà trattata in maniera diversa.
E tutto questo perché ci troviamo di fronte a un Papa di nuova generazione, anche lui un ponte tra l’antico (lo si nota dal ritorno ai vecchi simboli e alle vecchie tradizioni, come la visita alle parrocchie romane o la benedizione degli agnelli per Sant’Agnese) e quello nuovo. Se Benedetto XVI diceva di essere l’ultimo esponente del vecchio mondo, ma il nuovo non era ancora cominciato, e se Francesco aveva portato nel mondo vaticano molta di quella dialettica degli Anni Settanta che era rimasta nelle pieghe della “guerra civile teologica” vissuta in America Latina (ma sarebbe lungo parlare di Teologia della Liberazione, Teologia del Popolo e tutto il dibattito ancora vivo), Leone XIV è il primo Papa del mondo nuovo.
Un Papa che non era sacerdote ai tempi del Concilio Vaticano II, che è stato missionario e ha dunque potuto vedere le cose con distacco, che ha comunque vissuto Roma e ha vissuto anche il tentativo di superare il dibattito, e per questo è un Papa che ha gli strumenti nuovi per assorbire il passato (non cancellare, non rifiutare, non contestare) e creare un nuovo modello per il futuro.
Tutto questo impone modelli di comunicazione nuovi, modelli narrativi diversi, e persino un nuovo linguaggio, necessario per comprendere le sfumature differenti portate con questo pontificato. È il primo pontificato di un Papa proveniente dagli Stati Uniti, ed è un pontificato che ha una sua storia. Non può essere letto come continuità né come rottura. Può essere letto con discrezione.
John Allen aveva avuto Prevost a cena a casa sua, come succedeva con molti prelati USA, e nel racconto di quella cena ha delineato un dettaglio importante: Prevost non era solo un grande ascoltatore, ma anche molto prudente nel manifestare la propria opinione. Io aggiungo che quella prudenza è la prudenza di chi sa che può costruire un mondo nuovo, ma ha ancora a che fare con il mondo vecchio, e quel mondo va trattato con prudenza e circospezione. Fare qualcosa di nuovo significa sempre transitare da qualcosa di vecchio.
John aveva comunque potuto vedere il primo Papa degli USA della storia. Aveva compiuto la sua missione di creare un nuovo modello narrativo e una “scuola” di nuovi corrispondenti. Aveva creato il ponte tra la generazione 2.0 e quella 4.0. La sua scomparsa ha qualcosa di simbolico, ma racconta anche di una responsabilità. La responsabilità di quanti, nella generazione 3.0, sono chiamati ora a formare, raccontare, creare come ha fatto John.
C’è qualcosa di molto simbolico, insomma, nella scomparsa di John Allen. E credo che questo sia il modo migliore di ricordarlo, nella giornata in cui si fa memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Beautiful tribute Andrea. Thank you. Well done.
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