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giovedì 1 gennaio 2026

Perché credo che la Chiesa cattolica abbia ancora molto da dire

Comincia un nuovo anno e, in generale, c’è molta attenzione su come si andrà a definire il pontificato di Leone XIV. Ci sarà un concistoro di discussione, il 7-8 gennaio, che servirà a comprendere meglio il pontificato. E il Papa prenderà le prime decisioni di governo, stabilirà i prossimi viaggi e, soprattutto, pubblicherà – si pensa – la sua prima enciclica, che dovrebbe avere come tema generale la pace e una robusta sezione dedicata all’intelligenza artificiale.

In effetti, proprio Leone XIV aveva già notato, all’inizio del suo pontificato, che la scelta del nome rappresentava anche un’eredità di Leone XIII, il Papa che “inventò” la dottrina sociale della Chiesa affrontando la questione operaia e la crisi della rivoluzione industriale. E anche l’intelligenza artificiale, argomentava Leone XIV, portava con sé una nuova rivoluzione industriale, nuove disuguaglianze, nuove questioni su cui la Chiesa era chiamata a riflettere.

 

Pensavo in questi giorni alla questione dell’intelligenza artificiale e della Chiesa, mentre revisionavo un libro e, per questo, leggevo diversi saggi sull’argomento. La questione dell’intelligenza artificiale è che ti lascia solo. Si preferisce una personale incompetenza sopperita da un algoritmo, piuttosto che una capacità di conoscere davvero. L’intelligenza artificiale, usata come surrogato dell’informazione, non favorisce la crescita personale. Semplicemente, dà alle persone l’illusione di sapere, chiudendole in un “overload informativo” che però non porta ad una vera conoscenza. Soprattutto, non porta ad una consapevolezza.

 

C’è anche di più. L’uomo, in balia dei mezzi della tecnica, perde la sua umanità, si destruttura, diventa una monade in cerca di qualcosa che non ha, perché non lo è più. È un uomo la cui anima viene assorbita dai bit, e che dunque manca dell’intelligenza relazionale, del contatto umano, della capacità di comprendere per empatia.

 

L’idea molto positivista della capacità tecnica superiore a qualunque altra capacità ci ha, in qualche modo, preparato a tutto questo. Dobbiamo al positivismo l’idea di una medicina esercitata per compartimenti stagni, di un’iper-specializzazione scientifica, di una codificazione assurda anche delle più banali regole umane. Quando Sheldon Cooper in The Big Bang Theory teorizza l’algoritmo dell’amicizia (vedete qui: https://www.youtube.com/watch?v=EbG9RjFlr4g), non fa altro che certificare questa situazione. Certo, gli autori della serie volevano prendere in giro un qualcosa di particolarmente diffuso e comune, lo scopo della scena era sarcastico e di denuncia al tempo stesso. Ma il fatto che si senta il bisogno di denunciare qualcosa dimostra che ormai ci si trovi di fronte ad una situazione comune, quasi strutturata o istituzionalizzata.

 

Tutto è diviso in categorie e razionalizzato, al punto che si cercano le formule dell’amore e addirittura le relazioni sentimentali devono essere definite a partire da un algoritmo. Lo racconta un film recente, Materialists (qui il trailer italiano: https://www.youtube.com/watch?v=KHuj6CvZ2AI) dove alla fine ci si rende conto che “l’amore deve essere parte dell’equazione” (e se si deve dire, in fondo non è più così scontato), ma lo si notava in qualche modo anche quando Ted Mosby in How I met your mother cercava l’anima gemella attraverso una società che – udite, udite – alla fine si arrende perché non è statisticamente possibile trovare un’anima gemella a Ted Mosby (la scena è qui, nell’originale inglese: https://www.youtube.com/watch?v=jB2w7flLH20).

 

Prima ancora, un altro film, I Guardiani del Destino (il trailer in italiano è qui: https://www.youtube.com/watch?v=XclGjc4yh7M), che ha in inglese il bellissimo titolo The Adjustment Bureau (letteralmente: l’ufficio di aggiustamento) raccontava come tutto il destino dell’umanità fosse in mano a un manipolo di agenti che seguivano la vita delle persone e si assicuravano che tutto andasse come pianificato.

 

Potremmo andare avanti con gli esempi pop e fantascientifici (c’è tutta una letteratura di Isaac Asimov e di Philip Dick che può aiutare a mettere a fuoco alcuni dei temi di oggi, senza scomodare poi il geniale George Orwell di 1984 e La Fattoria degli Animali), ma la verità è che quel futuro che sembrava così lontano è in realtà già presente, vivo e nascosto. Noi guardavamo al 2025 con gli occhi di Ritorno al Futuro, pensavamo che non ci sarebbe stato più bisogno di strade e che i giubbotti si sarebbero asciugati da soli e le scarpe allacciate e adattate automaticamente ai piedi, e di fronte a questa illusione non guardavamo ad un mondo che ci isolava.

 

Si comincia con l’idea che la prole sia una forza lavoro, si passa all’idea che la prole per una donna sia un ostacolo per il lavoro stesso, si giunge all’idea di dover stabilire come, quando e in che modo fare i figli (e magari anche di sceglierseli, perché di eugenetica si parlava già negli Anni Trenta, e si smette solo dopo che il nazismo ha reso il termine inaccettabile), si passa dalla contraccezione chimica che rende il sesso solo ricreativo (Carl Djerassi, l’inventore della pillola contraccettiva, dichiarò in una intervista del 2014 che il sesso non sarebbe più servito per procreare: https://morasha.it/lebreo-che-invento-la-pillola-mai-piu-sesso-per-proceare-solo-per-piacere/), si giunge all’idea che tutto debba passare attraverso una macchina, e che la conoscenza sia inutile se tutta la conoscenza del mondo è condensata in un algoritmo.

 

Questo, ovviamente, crea un divario sostanziale tra chi può davvero studiare, comprendere, investire sulla sua formazione e chi, invece, resta da solo a combattere con la povertà che una volta dava il piacere edonistico del sesso e oggi quello altrettanto edonistico della conoscenza algoritmica, e che però non ti permette di essere parte della società. La società democratica è in realtà una società oligarchica, dove governa chi ha le chiavi del sapere, e questo sapere è custodito dietro barriere economiche, sociali, culturali difficili da scardinare.

 

L’uomo individuo non può nulla di fronte a tutto questo. L’uomo individuo è uomo tecnocratico perché non può fare altro che lodare la tecnica senza comprendere la tecnologia, e in questo modo perdere di vista il suo vero sé.

 

Ma quale è il ruolo della Chiesa oggi? Io credo che oggi il ruolo della Chiesa cattolica sia, più che mai, quello di tenere fede al suo nome. Chiesa viene da ekklesia, che significa comunità. E l’essere comunità è quello che ha salvato la Chiesa, la ha tenuta in piedi, la ha fatta superare tremendi stravolgimenti, la ha fatta resistere di fronte a governi ostili e superare i momenti di superbia, che ci sono sempre nelle storie bimillenarie.

 

La Chiesa crea comunità, e la comunità è cruciale in un mondo che è una monade. La comunità guarda all’essere umano come essere umano, diffonde la cultura come spazio vitale e parte di uno sviluppo umano che non può che essere integrale, mette gli uomini in comunicazione tra loro. Questa comunicazione è fondamentale per superare la dittatura del relativismo, che è diventata una dittatura del mainstream. Perché quello che ci racconta l’intelligenza artificiale è la verità dei dati, ma i dati non hanno empatia, hanno solo una lettura, e una lettura statistica che non sempre dice il vero.

 

Per quanto si possa perfezionare, se – ad esempio – ci sono cinque fonti su internet che dicono che ho scritto un libro che non ho mai scritto, ChatGPT continuerà a dire che ho scritto quel libro, e io non potrò nemmeno smentirlo, perché non avrò con chi parlare. Ma se c’è una comunità intorno a me, questa comunità può chiedermi conto; io posso provare di non aver scritto il libro; quella comunità può esercitare il diritto di cambiare idea.

 

In un mondo di narrazioni contrapposte, la comunità è l’unica cosa concreta che può salvare dalla lettura del mondo non empatica, non rispettosa della cultura dell’altro né comprensiva. La comunità crea riconciliazione, perché non si può esercitare il perdono se non si guarda negli occhi il nemico, così come non si può amare se non si guarda negli occhi la persona.

 

In un mondo che predica un’individualità esasperata, la Chiesa insegna che anche il sesso è comunicazione, e che la comunicazione è essere con l’altro e per l’altro, e per questo non può essere banalizzato.

 

La comunità dà a ciascuno il suo ruolo, il suo peso, e la sua dignità. Le persone non sono funzioni, e questa comprensione rende più difficili le ingiustizie, gli squilibri sociali e – direi – quasi impossibile la guerra, perché se di fronte a me ho una persona che riconosco come persona, altro da me ma parte della stessa comunità, non ho nessun motivo di uccidere.

 

In un mondo in cui si può uccidere con i droni senza sentire il peso delle decisioni e delle conseguenze etiche, la comunità riporta alla carne, alla responsabilità personale, all’umanità che ci nutre. Il tema della responsabilità personale è connesso con il buon governo, anche, perché se tutti hanno una responsabilità personale, allora il dibattito riguarda cosa si può fare per il proprio territorio, e non cosa qualcun altro può o non può fare.

 

Certo, tutto è parte di una “civiltà dell’amore”, come direbbe Giovanni Paolo II, e non è qualcosa che si costruisce dall’oggi al domani. Ma io credo fermamente che la Chiesa cattolica sia la realtà che può costruire una civiltà dell’amore perché nasce da una comunità radunata intorno all’Eucarestia.

 

Ed è per questo che la Chiesa ha ancora molto da dire. Perché porta l’uomo al centro di una scena in cui l’umano viene messo da parte, e l’essere umano viene considerato solo una parte del tutto. Perché guarda all’inerente dignità dell’uomo e del suo essere comunità, lo vede in relazione perché Dio stesso è relazione, e questo ha portato nel corso dei millenni la Chiesa a fare qualcosa che nessun’altra religione ha fatto: ha democratizzato la cultura, ha costituito scuole; ha democratizzato la salute, ha costruito ospedali; ha messo il povero al primo posto, e questo anche quando tutti i segni del potere sembravano dire altrimenti.

 

C’è una Chiesa diversa, al di là della narrativa post-Illuminista che si concentrava sui dettagli per non offrire una visione d’insieme. La narrativa positiva è, in fondo, chirurgica, ma limitata. La narrativa comunitaria sembra superficiale, ma è empatica, e per questo comprende l’uomo.

 

Io credo sia anche il momento di applicare questi principi al giornalismo, una professione che io sento profondamente individuale, ma che non può esistere davvero senza la comunità. Ovvero, senza un contatto diretto, vivo e concreto con le persone e i fatti di cui si parla, senza i viaggi, senza le difficoltà di avere un punto di vista falsato da situazioni sfavorevoli.

 

Essere Chiesa, oggi, significa guardare al futuro. E la Chiesa dovrebbe capire questo, formare filosofi che possano dare indirizzi alle strutture dell’intelligenza artificiale, formare preti che tornino prima di tutto a celebrare e mettere al centro Cristo, ripartire dalle realtà essenziali perché sono quelle che davvero si possono toccare con mano.

 

E sì, il 2026 potrà essere l’anno della Chiesa, se la Chiesa saprà essere davvero comunità.

 

 

 

 

 

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