Benedetto XVI diceva che era un uomo del vecchio mondo, ma che il nuovo mondo non era ancora cominciato. È quello che mi colpisce sempre, quando mi trovo a riflettere sulle transizioni: le transizioni sono bolle incredibilmente brevi eppure stirate nel tempo, in una sorta di imbuto temporale in cui tutto può apparire breve e tutto può apparire lungo. Ma, di fatto, ogni transizione comporta un costo e richiede i tempi necessari, adeguati ai tempi storici.
Me lo chiedo sempre perché oggi essere giornalista – e in particolare essere vaticanisti – porta proprio a vivere in una bolla, in cui il qui e ora è più importante di qualsiasi altra cosa. A me è capitato più volte di ricevere la richiesta di scrivere di cose già scritte. Quando facevo notare che l’argomento era già stato trattato almeno un anno prima, mi veniva risposto che, se pensavo che un argomento di cui si era parlato un anno prima fosse ancora ricordato, allora non avevo capito cosa fosse una notizia.
Ci troviamo, insomma, di fronte all’idea di una notizia che si rigenera, che continua a essere notizia finché le persone non hanno perso memoria di essa. Ma ci troviamo anche di fronte a una quantità di informazioni tale da far sembrare che non cambi, che non si muova. La verità è che tutto si muove, ma non necessariamente alla nostra velocità o a quella che ci aspettiamo.
C’è forse un problema di fondo: quello della narrazione. Le epoche storiche, specie quelle recenti, sono raccontate come grandi epopee, come cambi improvvisi, come mutamenti straordinari, e tutto nella realtà quotidiana diventa troppo ordinario per essere vero.
Io appartengo alla terza generazione di vaticanisti. Non eravamo nemmeno nati quando c’era il Concilio Vaticano II. Ma siamo cresciuti con il mito dei vaticanisti della prima generazione, che raccontavano di quel mondo, del loro mondo, con un misto di leggendarietà ed eroismo che lo rendeva piacevole. E mi sono sempre chiesto perché a me è dato in sorte un mondo così meno romantico, così bloccato in un vortice di cose che non lo portano ad avanzare davvero.
Alla fine, però, sono arrivato alla conclusione che non sono questi tempi a essere troppo ordinari, ma quelli raccontati a essere troppo straordinari. Un momento straordinario si può digerire, comprendere e interpretare solo in seguito, non durante i fatti; così, probabilmente, i vaticanisti della prima generazione, che vivevano comunque in un mondo a diversa velocità e con un diverso panorama informativo, hanno vissuto alcune situazioni in maniera sicuramente meno drammatica. Dubito che, in molti casi, si sia compresa subito la portata di alcune discussioni del Concilio. Si comprendeva il senso del dibattito, si viveva sulla simpatia umana delle persone che fungevano da fonte, come sempre, ma difficilmente tutto poteva essere mitizzato come veniva raccontato.
E così mi viene da pensare che anche questa mia generazione possa avere racconti mitologici, e che, anzi, i racconti mitologici siano ancora più presenti proprio in un momento in cui le narrazioni diventano mercato. Perché ormai le notizie sono ovunque, ma il modo di raccontare le notizie, il modo di creare un’attesa o anche di rispondere alle esigenze del pubblico sono il materiale che rende un testo più appetibile o meno.
Ma è davvero questo che ci riserva il futuro? Siamo davvero chiamati a essere semplicemente raccontatori di storie, a lavorare secondo i criteri della comunicazione efficace, a essere sempre brevi, concisi, accattivanti, e questo anche a scapito non tanto della chiarezza quanto della complessità?
Sono domande cruciali, mentre il panorama dell’informazione sta cambiando, e che soprattutto i nuovi strumenti tecnologici (ovvero, l’intelligenza artificiale, tra l’altro presente nelle nostre vite da un ventennio o più) permettono di fornire testi altamente standardizzati ma comunque precisi nel loro atto narrativo.
Se questo è ciò che sta succedendo, come garantire un futuro al nostro lavoro? Ma soprattutto, come garantire alle nuove generazioni un grado di comprensione del presente che consenta di analizzare e raccontare tutto?
Sono le riflessioni che mi pongo sempre e che, alla fine, provo a mettere nero su bianco in un piccolo decalogo, che risponde anche alle domande di molti quando mi chiedono come approcciarsi a questo mestiere.
1. Si deve leggere e esercitare moltissimo la memoria. Questo aiuta a riconoscere la differenza tra narrazioni, fatti, e analisi. La memoria, soprattutto, è sottovalutatissima, ma aiuta a cercare meglio, a comprendere meglio, a mettere meglio in cornice. Se non devi chiedere a Google una data, ma la ricordi tu, hai molte più possibilità di comprendere come sono nate le notizie. Mettere in contesto è fondamentale.
2. L’istinto conta più del marketing e ciò che dice il marketing non è una sentenza. Se leggi molto, sai anche che ci sono cose che desteranno interesse contro ogni parere contrario. Perché, se leggi, capisci quando un pezzo vale la pena, quando una storia vale la pena e quando questa storia debba essere necessariamente lunga e complessa per valere la pena. Dunque, si deve agire d’istinto, anche quando il rischio è di scrivere pezzi lunghi e ad alto rischio di incomunicabilità o incomprensibilità. I risultati sono spesso sorprendenti.
3. Se un racconto sembra troppo mitologico o leggendario, pensa sempre a qualcosa che lo renda più credibile. Ridicolizzalo. Pratica l’umiltà narrativa di sapere che la vita degli uomini spesso è un banale trasformato in straordinario dalle storie. Non toglie potere alla tua storia, ma ti permette di comprendere i contesti.
4. Abbi un grande rispetto per l’umanità, e un’ancora più straordinaria comprensione che l’umanità ha le sue banalità. C’è una banalità per tutto e rispettarla significa anche accettare che non si ha a che fare con santini o anti-eroi, ma con persone. Sono persone che a volte fanno la Storia, ma più generalmente sono passanti in una storia molto più grande. Ci vuole rispetto per questo.
5. Tutto va messo in contesto. La notizia nuda e cruda non basta mai. Si devono cercare e comprendere i retroscena, spiegare cosa sta succedendo, anche azzardare una previsione del futuro. Il contesto è notizia, il resto è storia.
6. Viviamo in tempi storici che ci appaiono dilatati. Per questo va tutto relativizzato. Le attese vanno accettate, i tempi vanno compresi. Ci vogliono calma e comprensione delle circostanze. Sempre.
7. Non ti scandalizzare mai. Cerca di comprendere tutto. Senza giustificare il male, senza banalizzare il bene.
8. Ricordati che l’emozione ha un ruolo importante in tante scelte. Una macchina non può analizzarlo e comprenderlo. Tu puoi. Esercitati nel comprendere le persone. Racconta i contesti, comprendi la psicologia.
9. Vivi nel presente e sii concreto, pragmatico, cinico quando necessario. Ma non pensare mai che il mondo sia lineare. Non lo è. Spesso le decisioni hanno un senso, ma questo senso non è così percettibile.
10. Ricordati sempre che il rapporto umano vale più di qualsiasi altra cosa. Parla con tutti. Chiacchiera anche del nulla. Perdi tempo. Investi nelle relazioni.
Questi dieci punti non garantiscono il futuro del giornalismo, e in molti casi possono essere visti come un modo conservatore di approcciare la questione. E sì, lo ammetto, è un modo conservatore. Ma io sono convinto che in un mondo in cui si cerca il nuovo ad ogni costo, in cui tutto è superveloce, l’unico modo di fare sia tornare ai modi antichi di creare comprensione.
D’altronde, si racconta che quando il dio Toth donò la scrittura agli uomini, l’umanità ebbe una regressione, perché la nuova tecnologia metteva in secondo piano la memoria, su cui si era basata tutta la produzione. In fondo, viviamo di ripetizioni di storie proprio perché le storie andavano raccontate, e quale modo migliore se non cantarle o recitarle?
Io credo che oggi il futuro è in una formazione classica e approfondita, che permetta di avere reazioni veloci e di spiegare nel più breve tempo possibile, ma con la massima precisione, quello che si sta vedendo. È un lavoro di mediazione che va oltre il racconto della notizia, e che vale ancora di più quando si parla di giornalismo vaticano o informazione religiosa.
Oggi, per esempio, mi capitava di parlare con un collega e di raccontare la forte fondazione agostiniana (nel senso di Agostino) di Benedetto XVI, e di come questa si potesse comparare con Leone XIV. Ma di questa formazione non avrei avuto sentore se non avessi coperto il pontificato di Benedetto XVI. E non avrei capito il peso di questo modo di pensare se non lo avessi letto e studiato approfonditamente. Ed è vero che un chatbot mi avrebbe potuto dare lo stesso risultato, ma il colore, i collegamenti, le emozioni che ho provato nel momento in cui raccontavo questa cosa, con una sorta di effetto epifania anche su di me, non è qualcosa che si può praticare online. Ci vogliono carne, sangue e mente.
Forse dovremmo fare come Calvino nelle Lezioni Americane, e cercare le cinque caratteristiche che caratterizzano il mondo del giornalismo vaticano. E magari comprendere perché il giornalismo è un’arte strana e bastarda, che prende un po’ da tutte le grandi materie (la musica, che dà ritmo ai testi; la poesia, che garantisce l’appropriatezza di linguaggio; la retorica, che insegna a dire efficacemente) e pretende anche una grande cultura generale, per poi racchiudere tutto questo in qualcosa di molto breve.
Se si resterà umani, il giornalismo avrà ancora un futuro. Ma se non sarà così, il giornalismo è destinato a finire così come lo conosciamo, e il vaticanismo anche. Resteranno gli analisti, e saranno sempre meno, perché sarà difficile formare una nuova generazione. Ed è questo il grande tema del futuro del giornalismo oggi.

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