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sabato 6 febbraio 2021

La voce della Chiesa è ancora ascoltata?


C’è un format sul web che si chiama #ivescoviparlano, e che ha il pregio di dare voce ai vescovi italiani sui grandi temi. Così, i vescovi delle diocesi italiane vengono interrogati sui grandi temi, dalle questioni culturali ai temi della vita, fino alle questioni di stretta attualità. È l’unico luogo, oggi, dove i vescovi italiani possono dire di avere una voce personale, ascoltata, non mediata.

L’obiettivo dichiarato del format è appunto quello di mettere in luce #laltrastoria e #lachiesachecè(e uso gli hashtag così qualunque lettore può andare a rivedere i post, per farsi una idea personale). Il punto è questo: c’è una Chiesa che parla, lotta, vive, e che va al di là della narrativa edulcorata che sulla Chiesa viene sempre proposta. C’è una storia diversa da raccontare, e se vale per quello che io chiamo “Vaticano nascosto”, vale anche per tutta la Chiesa.

Il problema è che della Chiesa viene raccontato sui media sempre e solo quello che si vuole vedere. Con buona pace della verità, dell’equilibrio, dell’obiettività. Non si sta, qui, parlando delle contraddizioni e degli errori degli uomini di Chiesa, dei piccoli o grandi scandali, che non possono necessariamente essere taciuti, ma devono essere compresi e contestualizzati. Della Chiesa si dice quello che si vuole vedere perché semplicemente si racconta una Chiesa al tempo stesso incarnata e disincarnata.

È una Chiesa incarnata quando si occupa dei poveri, quando fa servizio, quando, in fondo, si sostituisce o affianca le opere di carità. Diventa una Chiesa disincarnata quando parla dei grandi temi, se la sua voce viene ascoltata. Come se tutti i grandi temi non valessero più la pena. Si cerca la religione quando si devono risolvere concretamente i problemi, come fosse una panacea da somministrare. Ma non si sottolinea mai che quella carità e quell’amore, nascono da una fede più grande che mai viene considerata. Anzi, se questo succede, viene considerato semplicemente come un fatto accessorio.

Il vero problema è che i media raccontano un cristianesimo senza Cristo e un Cristo senza cristianesimo. E lo fanno perché hanno una visione del mondo pratica, concreta, basata sul qui ed ora. Una visione del mondo in cui la fede c’entra poco. Eppure, non è sempre stato così. Cosa è successo?

È una domanda non facile, per la quale non c’è una risposta univoca. Ma c’è probabilmente un filo conduttore, un tema generale che ha portato ad una serie di cause. E questo tema si riassume in una frase: gli uomini di Chiesa hanno perso la forza della profezia. E quando dico uomini di Chiesa, non intendo solo i sacerdoti. Intendo tutti i credenti.

Non che il Vangelo non sia profetico, o quello che insegna la Chiesa non sia profetico. Ma sono gli uomini di Chiesa che hanno perso il senso di quella profezia. Si tratta di un problema culturale, prima di tutto. Immersi in una società che marginalizza il fenomeno religioso, in molti si sono convinti delle ragioni degli altri. In fondo, è giusto considerare le religioni solo come religioni, perché poi c’è una vita concreta da portare avanti. La Chiesa non è una Ong quando si partecipa all’Eucarestia, ma in tutto il resto, in cosa è differente?

Questa mancata differenza viene dal fatto che, prendendo il linguaggio degli altri, ci si è trovati semplicemente a pensare come gli altri. Benny Lai, alla fine della sua vita, raccontava sempre che il problema della Chiesa, per lui, era che non volesse essere più Chiesa. Era una Chiesa che aveva perso la forza dei simboli, anche quella dignità stessa che si aveva nel parlare delle cose di Chiesa con il linguaggio di Chiesa.

C’è stato un vero e proprio bombardamento sui concetti che nascono in ambito religioso, e che poi si riflettono sulla vita reale. Parole come matrimonio e famiglia sono state erose nel diritto, prima che nella società, con un procedimento di neolingua che sta coinvolgendo e neutralizzando tutto. La sessualità viene sostituita con il gender, la cultura viene sostituita con il punto di vista, e viene fatto con il beneplacito di molti uomini di Chiesa che, alla fine, troppo preoccupati di conoscere e condividere le ragioni degli altri, non si rendono conto che queste ragioni degli altri mettono da parte e in pericolo le loro ragioni. Per dirlo meglio: le loro legittime ragioni.

Colpisce che, anche nei movimenti di cancel culture che si sono diffusi a macchia d’olio, gli uomini di Chiesa siano intervenuti solo per condannare quando venivano attaccate direttamente delle vestigia della cristianità, e giustamente, ma non si siano poi mossi per formare un movimento culturale ancora più forte, ancora più diffuso, che potesse andare oltre ogni minima obiezione, che potesse creare, in fondo, un punto di vista altro e differente.

Quando partecipo ai convegni, mi viene spesso chiesto cosa fare per essere “notiziabili” sui media. Quello che io rispondo sempre, siano essi avvocati internazionalisti o operatori diocesani, è che non si deve essere notiziabili. Si deve parlare con giornalisti fidati che sappiano comprendere i temi e rendere notiziabili i temi. Non si deve costruire la notizia. Si deve dare una notizia e fidarsi di chi la lavorerà. Perché solo così non si ha una strumentalizzazione dei fatti.

Oggi, invece, si cerca di essere notiziabili. Pur di comparire sui media, si cerca di usare i loro linguaggi, di raccontare le cose che possano fare notizia, anche se poi quelle cose sono solo marginali in un discorso. Alcuni vedono anche in Papa Francesco una attitudine di questo genere. Può essere. Ma è anche vero che le dichiarazioni del Papa vengono rimaneggiate e usate per giustificare una attitudine di questo genere. E il problema resta sempre il medesimo.

Cosa può fare la Chiesa allora? Cosa possono fare i vescovi? Si deve creare una narrativa alternativa. Si deve andare oltre i meccanismi delle narrazioni, i meccanismi dei mass media, e scendere in campo con altri mezzi, altri punti di vista. In Italia, c’è la straordinaria forza dei giornali diocesani. Vanno usati, cambiati, rinnovati. Ci sono giovani in ogni diocesi del mondo pronti a trovare un altro punto di vista: vanno incoraggiati.

Sembra che non si possa più parlare di Progetto Culturale, perché questo era un progetto voluto nella CEI di Ruini e quindi considerato un retaggio del passato. Lo possiamo chiamare come si vuole, ma ci vuole cultura. E ci vuole una cultura che abbia la consapevolezza della storia e del peso che questa storia reca con sé. Essere Chiesa prevede anche una lotta per i linguaggi. Invece, quello che si vede spesso è rassegnazione e appiattimento.

Le iniziative come #ivescoviparlano aiutano, allora, a comprendere che ci sono tante voci, tanti punti di vista. Ora, però, spetta ai vescovi, ai sacerdoti, agli uomini di Chiesa, concretizzare quello che dicono. Spetta a loro comprendere che la sfida è più grande. E che sono chiamati ormai a gettare le basi per qualcosa di nuovo, non per ragionare su quello che già c’è. È un momento di crisi. Per questo, è il momento di costruire.

1 commento:

  1. Un’ottima iniziativa. Avere l’opportunità di poter ascoltare il pensiero dei nostri vescovi senza mediazioni interpretative di terzi, è un gran bel servizio che ci viene offerto.

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