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martedì 17 dicembre 2019

Ad multos annos, Papa Francesco! (tra spin doctors e Vangelo)


Un compleanno è sempre un momento per bilanci, e lo è ancora di più il compleanno di un Papa. Figuriamoci di un Papa come Francesco, mediaticamente esposto come non mai. Non certo per sua colpa o merito, ma semplicemente perché questi sono i tempi.

Quando Papa Francesco fu eletto, quasi sette anni fa, alcuni cardinali fecero sapere al Wall Street Journal che c’era bisogno di “un cambio di narrativa”, e che dunque il Cardinale Bergoglio era stato scelto proprio per operare quel cambio di narrativa. Si veniva dalla grande stagione dello scandalo di Vatileaks, cominciata però nell’annus horribilis del 2010, quando l’Anno Sacerdotale fu costellato da denunce di abusi, vere o presunte, e da attacchi alla Chiesa senza precedenti.

Era necessario, insomma, ripulire l’immagine della Chiesa. E già ci si era pensato, quando la Segreteria di Stato aveva assunto un advisor speciale per la comunicazione, nella persona di Greg Burke.

Il punto, però, non è come la Chiesa comunica. Non basta una comunicazione professionale per difendere la Chiesa dagli attacchi. Né può bastare ripulire l’immagine della Chiesa, mostrando anche il suo volto più buono, o quello che la dovrebbe rendere più simpatica al mondo secolare. Perché la Chiesa è costituzionalmente sotto attacco. Lo è per profezia evangelica, lo è perché è una realtà troppo grande e complessa perché possa davvero essere compresa o spiegata.

Sin dall’inizio del pontificato, è stata costruita intorno a Papa Francesco una immagine di persona semplice, povera per i poveri, in contrasto con lo sfarzo dei tempi passati. Uno dei primi gesti ad essere enfatizzato fu il passaggio di Papa Francesco alla residenza di via della Scrofa, dove alloggiava prima del Conclave, per pagare il conto. Poi si parlò della sua croce d’argento, messa in contrasto con la croce d’oro. Poi si parlò della decisione di non vivere nel Palazzo Apostolico e invece di continuare a vivere nella Domus Sanctae Marthae.

In molti casi, la narrativa è andata oltre la realtà. È stato lo stesso Papa Francesco a dover puntualizzare delle circostanze, a volte. Come, per esempio, quando arrivò a spiegare che non è vero che il Palazzo Apostolico è lussuoso, ma semplicemente che lui non riusciva a viverci.

La nuova narrativa ha creato un Papa enormemente popolare, anche con merito dello stesso Papa Francesco, che ha una particolare empatia con la gente. Allo stesso tempo, la nuova narrativa si è nutrita di tutti gli stereotipi anti-cattolici di cui sono da sempre pieni i media. È la Chiesa degli scandali finanziari, la Chiesa dei pedofili, la Chiesa che non sa essere povera.

Molto gioca anche la polarizzazione mediatica, le necessità di fare una audience che prevede sempre la descrizione di un antagonista quando si parla di un protagonista.

Ma è certo che, in questa dinamica, la Chiesa è perdente. La comunicazione istituzionale della Chiesa non può basarsi su una immagine, perché si tratta di difendere una idea, una storia, una istituzione che ha 2000 anni e che prescinde dagli uomini che ne fanno parte, e persino dai Papi.

Dopo quasi sette anni di pontificato, si può dire che il cambiamento di narrativa ha funzionato soprattutto per quanto riguarda il Papa, non certo per quanto riguarda la Chiesa. C’è stato un altro processo Vatileaks, almeno quattro libri sugli scandali finanziari, e vari altri problemi nelle nomine e nelle decisioni di governo. Tutto normale ed estremamente umano per una istituzione, anche se divinamente fondata. Eppure, è un qualcosa che ha un peso.

Ha un peso perché sono soprattutto gli uomini di Chiesa a pensare che una nuova narrativa possa aiutare la Chiesa ad uscire fuori dalla palude.

Negli anni di Papa Francesco ci si è concentrati su una riforma dei media che ha già prodotto un comitato, una commissione e due prefetti del dicastero della comunicazione, nonché tre direttori della Sala Stampa della Santa Sede. C’è stato un nuovo dicastero, un nuovo sito web, una nuova organizzazione dei media vaticani.

Tutto questo, però, ha dato piuttosto l’idea di una riorganizzazione, che si è necessariamente riflettuta sul contenuto. Il piatto forte resta sempre l’immagine del Papa, e dunque quell’immagine va difesa, le sue decisioni vanno sostenute. La comunicazione istituzionale ha sempre il rischio di ridurre l’istituzione al suo capo. Ma è un problema che la comunicazione della Santa Sede non può correre il rischio di affrontare.

Agli inizi del pontificato, si rendeva anche noto che il Papa per il suo compleanno avesse pranzato con alcuni senzatetto. Oggi, il compleanno del Papa ha rappresentato l’occasione per presentare due motu propri sulla risposta agli abusi che vogliono mostrare come Papa Francesco sia deciso ad estirpare questa piaga.

Eppure, l’impressione sulla comunicazione è che si giri sempre intorno ai problemi, piuttosto che affrontarli. Che si cerchi di concedere qualcosa alla narrativa del mondo per poter continuare, in fondo, ad essere la Chiesa di sempre.

È paradossale, ma è l’esatto opposto della conversione del cuore di cui parla sempre Papa Francesco.

Ci vorrebbe, questo è vero, una conversione del cuore della comunicazione vaticana. Perché la comunicazione vaticana ha bisogno di avere una solidità che va oltre i pontefici. Non che debba essere al di fuori dal mondo. Ma il dialogo avviene sempre a partire da una forte identità, e dal mettere in gioco quella identità con l’altro.

Così, il migliore augurio per Papa Francesco, per il suo compleanno e per i prossimi anni di pontificato, è quello di trovare un equilibrio tra gli spin doctors e l’annuncio del Vangelo, che è, in fondo, la cosa che gli riesce meglio. In fondo, la grande storia non nasce mai dal compromesso o dalla via di mezzo. Nasce da una grande idea, spesso non compresa subito, ma che getta le radici di un futuro migliore.

L’augurio per Papa Francesco è quello di non vivere replicando il passato, o ben radicato nel presente, ma proiettato nel futuro. Vale per Papa Francesco, vale per la comunicazione vaticana, vale per la riforma della Curia e vale per tutti i fedeli. Perché la Chiesa, in fondo, ha bisogno di professionisti. Ma ha prima di tutto bisogno del Vangelo.

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