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mercoledì 10 giugno 2026

Il viaggio di Leone XIV in Spagna racconta un cattolicesimo vivo che nessuno può estirpare

Ci sarà un prima e un dopo il viaggio di Leone XIV in Spagna. Perché la presenza del Papa nel Paese ha risvegliato quella cattolicità del popolo spagnolo, quella eredità che sembra sopita tra governi socialisti, progressismo spinto, e polarizzazioni che nascono dai conflitti. Tutto sembra sopito, fin quando il Papa non si presenta. Ed esplode la gioia.

Un milione e 200 mila persone a Cibeles, a Madrid, dove Leone XIV ha celebrato una Messa partecipatissima. Ad ogni incontro, commozione, anche da parte del Papa. Otto minuti di applausi alle Cortes spagnole, dove il Papa, in uno storico e monumentale discorso – ne ho parlato qui – ha richiamato la Spagna alle sue radici, ha ricordato la Scuola di Salamanca che fu madre dei diritti umani, e ha stigmatizzato il conflitto, ma anche messo in luce il diritto inalienabile alla vita, con un messaggio fortissimo e trasversale che colpisce tutti gli schieramenti politici, dai nazionalisti di Vox e socialisti al governo.

 

Madrid è la capitale, una città che fu guida di un impero, e che si erge maestosa nel suo Palazzo Reale di fronte all'Almudena. Si sente il peso della storia, ma si sente anche l’idea di un regno, un qualcosa che cerca di far fronte al potere spirituale, anzi quasi ci si mette a confronto, se consideriamo che la cattedrale dell’Almudena si trova proprio di fronte al Palazzo Reale, in questo dialogo tra sacro e profano che testimonia una storia unica.

 

Ma se a Madrid si sente l’emozione, ci si trova di fronte ad una fede istituzionalizzata e allo stesso tempo irrazionale, è a Barcellona che si compie il miracolo. Perché Barcellona è una città secolarizzata, eccome, dove però è presente una simbologia cristiana in ogni quartiere, dal Barrio Gotico e la sua cattedrale fino alle chiese che spuntano un po’ come funghi lungo i carrer e le ramblas, a ricordare che sì, nonostante tutto, Barcellona è porto, frontiera, progresso e – appunto – fede.

 

Madrid è la fede dell’emozione, è la fede del migrante che cerca una speranza, dello spagnolo che sente il peso della sua storia. Barcellona è mistica, come può esserlo una città che ha una storia e una identità fatta di mille sfaccettature, come sono tutte le città di frontiera. E Barcellona è di frontiera: ha un porto frequentatissimo, dove le lingue si confondono; è capitale della Catalogna, ed è catalana dentro; ma è anche spagnola, parte di un regno in cui le identità locali sono rimaste.

 

Ci sono strade chiuse a Barcellona, ma la vita scorre attraverso i larghi Carrer e la Avenida Diagonal. Eppure, l’attesa per il Papa è fortissima. Le persone si cominciano a disporre lungo il percorso della Papamobile sette ore prima, mentre a Montserrat il rosario con il Papa scorre con una profondità meditata, e si ricorda ancora l’incontro con i giovani allo stadio, un incontro concreto, fatto di storie vere. Perché Madrid è il sogno della fede, Barcellona ha bisogno di uscire fuori dalla notte della fede.

 

E in fondo, lo sapeva Antoni Gaudì, il geniale ideatore della Sagrada Familia, “la prima cattedrale gotica di una nuova era”, in costruzione da 144 anni.

 

La costruzione era cominciata da 17 anni quando a Barcellona avvenne quella che viene ricordata come la Tragica Settimana, ovvero la settimana in cui la popolazione operaia incendiò più di 130 edifici religiosi in una rivolta sociale nata per protestare contro la coscrizione dei riservisti per la guerra coloniale in Marocco.

 

In quei giorni, il fuoco devastò templi storici e istituzioni religiose in diverse zone della città, dall'attuale quartiere del Raval (come Sant Pau del Camp) al quartiere di Poblenou. Gli archivi comunali della città conservano testimonianze storiche e fotografie delle colonne di fumo che in quei giorni assediavano il cielo di Barcellona.

 

Era il segno di un’inquietudine sociale che poi culminerà con la persecuzione dei religiosi in Spagna durante la Guerra Civile Spagnola.

 

Ma Gaudì voleva rimettere al centro Cristo. E così, pensa la Sagrada Familia come una chiesa che sorge al centro di un chiostro, concepita come un luogo all’interno di un giardino (il Paradiso terrestre) nel quale Dio e l’uomo possano parlarsi faccia a faccia. Il chiostro non è dentro, come in tutta l’arte cristiana, ma è intorno. Fuori del chiostro, il deserto.

 

È il deserto della città, il deserto del mondo che perde la fede. Tutto si ricapitola in Dio, in quest’opera la cui torre più alta, la torre di Gesù, è alta appena un metro di meno del Montjuic, perché nulla deve essere più alto di ciò che Dio ha fatto, secondo Gaudì.

 

Per la sua opera, Gaudì trae ispirazione da tre libri. il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Si uniscono, nella Sagrada Familia, realtà del mondo, e storia della salvezza, in un intreccio molto liturgico, con molta attenzione per il dettaglio sacro.

 

Per Gaudì, lo abbiamo detto, Barcellona era deserto. Avanti negli anni, si fece “monaco nella città”, con una vita di una semplicità disarmante, in una casetta a ridosso del cantiere. Ma ogni giorno la Sagrada Família cresceva di nuove pietre e lui gridava alla sua città che la nuova creazione è già iniziata, che il deserto inizia a fiorire.

 

Anche dentro l’edificio sacro, ci sono pietre, alberi e vita umana: tutta la creazione doveva convergere nella lode divina. Allo stesso tempo, portò fuori i “retabli”, per porre davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Attraverso la regolarità delle pietre, Gaudì supera la scissione tra coscienza umana e cristiana.

 

Gaudì voleva – ed è riuscito – che il solo vedere la chiesa desse un forte senso di sacro.

 

Le torri campanarie sono ciò che impressiona di più, e subito, chi per la prima volta si accosta alla Sagrada Família. Saranno in tutto diciotto. Ce ne sono quattro per ciascuna delle due facciate laterali, cinque sopra la crocera centrale con la più alta dedicata a Cristo, che il Papa benedice oggi, e le altre agli evangelisti, e una sopra l’abside, dedicata alla Madonna.

 

Su ogni torre sono scolpite le parole “Sanctus” e, verso la cima, “Hosanna in excelsis”. Sono le parole del canto che introduce la grande preghiera eucaristica, la liturgia della Chiesa terrena e celeste che si celebra in ogni messa.

 

Gaudì voleva anche orientare la chiesa verso il sole che sorge, e non poté. Allora decise di far sorgere la Sagrada Família sull’asse nord-sud, dando invece più risalto alle facciate laterali:

quella a oriente è dedicata alla Natività,  quella a occidente alla Passione.

 

Se Cristo è il “sole di giustizia” e “il giorno che il Signore ha fatto” (Salmo 118, 24), allora entrare nella basilica e partecipare alla liturgia è vivere “in” questo giorno. Non solo. La chiesa stessa è un passaggio. Cristo è il sole, la cui luce passa attraverso la Sagrada Familia da oriente accidente, dalla nascita alla morte redentrice. La città degli uomini è chiamata a fare il cammino inverso: dalla morte (e infatti la città di Barcellona era prevalentemente a occidente della chiesa) alla nuova nascita.  

 

 

Gaudí, con le due facciate sulla Natività e la Passione, interpreta anche la Chiesa come “passaggio”. Mentre il sole che è Cristo passa attraverso la Sagrada Família da oriente a occidente, dalla nascita alla morte redentrice, la città degli uomini – a cominciare da Barcellona situata prevalentemente a ovest della basilica – è chiamata a fare il cammino inverso, dalla morte alla nuova nascita.

 

Tutto, nella Sagrada Familia, dice che i simboli contano, che la liturgia conta. E allora questa Spagna che ha mostrato una cura straordinaria nelle liturgie, che ha chiamato il popolo a cantare, non poteva che commuovere il Papa. È un viaggio di gioia, perché in fondo è un viaggio di ritorno, un richiamo alle radici della fede, rimasta nascosta ma mai sopita.

 

Si è parlato molto, in questo viaggio, di radici. E lo si può fare solo se i simboli ritornano ad avere un senso, se il linguaggio si ricristianizza (e ne parlo in questo libro che esce tra poco, ma a questo dedicherò un altro post), se la fede torna ad essere il centro. In fondo, la Sagrada Familia è un po’ come le grandi opere medievali, di cui non si conosce il nome dell’architetto. Perché tutti quelli che, generazione dopo generazione, dovevano prendere il lavoro del predecessore, non lo facevano per mettere il loro nome. Lo facevano per lodare Dio. Lo facevano per portare avanti un linguaggio.

 

E anche la Sagrada Familia, sopravvissuta al suo inventore, in costruzione dal 1882, è ora alla sesta generazione di architetti. Ma nessuno ha cambiato nulla. Tutti hanno seguito il progetto originario. Tutti hanno cercato di calarsi nello spirito dell’opera. Un miracolo, in un tempo di protagonismi. Ma non c’è spazio per la vanità, in quest’opera di Dio.

 

Viene da chiedersi se la Sagrada Familia rappresenti il cammino che sta facendo la fede in Europa: dalla perdita di radici alla rinascita. Una rinascita che si vede in Francia, dove il boom di battesimi adulti ha suscitato un concilio regionale per comprendere; che si vede in Inghilterra, dove crescono lo vocazioni; che si vede nei numeri eccezionali del pellegrinaggio Parigi-Chartres; e che si vede anche a Barcellona, dove ci sono molti preti giovani, nonostante tutto.

 

Leone XIV è andato in quella che oggi potrebbe essere la periferia della fede. Ma questa sola presenza ha avuto il potere di rimettere Cristo al centro. E ci vuole delicatezza per comprendere tutto questo. In fondo, Giacobbe, dopo aver lottato con l’angelo, dice “È terribile questo luogo”. Ma non si riferisce ad una minaccia, non parla per paura. Quella di Giacobbe è semplicemente la consapevolezza di essere assolutamente impari di fronte alla grandezza di Dio.

 

E, mentre penso a tutto questo, rivedo l’ultima foto di Gaudì in vita, che trovo in uno studio di diplomatici. Il suo sguardo è fermo, severo, concentrato. Siamo durante una processione. È un uomo che guarda oltre, che vive in un mondo suo. Una settimana dopo morirà, finendo sotto un tram. Andava a messa nella chiesa di San Filippo Neri. I quadri di quella chiesa erano stati dipinti da un suo amico. Che, per ritrarre San Filippo, si ispirò proprio ad Antoni Gaudì.

 

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