Se lo confrontiamo con documenti simili, è incredibilmente lungo. La Caritas in Veritate, la grande enciclica sociale di Benedetto XVI, che fu anche aggiornata di fronte alla crisi economica globale, constava di 78 punti. La Centesimus annus, con cui Giovanni Paolo II celebrava il centenario della Rerum Novarum di Leone XIV, era composta di soli 62 punti. La Populorum Progressio di Paolo VI aveva 86 punti, estremamente densi.
Non c’è, ovviamente, una lunghezza prestabilita dei documenti papali. Ma quello che colpisce, nella Magnifica Humanitas, è la necessità di ricapitolare tutto, rileggere e riportare in un contesto nuovo. Più che la definizione di un tema, è la ridefinizione di un mondo, la necessità di rileggerlo e ricomprenderlo. Vero è che l’enciclica, dai tempi della Pacem In Terris di Giovanni XXIII, non riguarda solo i fedeli della Chiesa cattolica, ma anche gli uomini di buona volontà. Significa che non si devono dare per scontati dei concetti, ma che, anzi, tutto deve essere ridefinito.
È anche vero, però, che i documenti, per essere efficaci, devono avere un centro e un’originalità. Una enciclica papale deve avere un’idea che valga in ogni tempo e in ogni luogo, che sia universale nonostante le contingenze. Era, in fondo, il limite della Laudato Si di Papa Francesco, che utilizzava vari dati sulla questione ambientale che erano contingenti, perché quelle misurazioni sono suscettibili di cambiamento. Infatti, Papa Francesco dovette ulteriormente aggiornare l’enciclica con una esortazione apostolica, la Laudate Deum.
Perché, allora, i documenti papali sono diventati così lunghi? In che modo la loro comunicazione può avere un impatto? E cosa potrebbe servire oggi? Cerco di rispondere per punti, con delle osservazioni personali.
1. Nel corso degli anni, ogni documento papale è diventato cruciale grazie all’ipermediatizzazione. Nel pontificato di Papa Francesco, le esortazioni apostoliche hanno avuto il peso delle encicliche, se non altro perché prediligeva forme “leggere” di comunicazione istituzionale. Il paradosso è che ora non c’è più davvero una gerarchia di documenti. Tutto è percepito come “papale” e, di conseguenza, ha un impatto simile. Paolo VI aveva stili diversi a seconda del tipo di documento: i suoi messaggi per la Giornata Mondiale per la Pace sono brevi, secchi, precisi; le sue encicliche sono argomentative; le sue esortazioni apostoliche sono pungoli di pensiero. Se andiamo indietro fino a Pio XII, le encicliche avevano anche uno scopo diverso: affrontare questioni cruciali per la vita della Chiesa. Si trovano così le encicliche sulla situazione in Cina, ma anche quelle per i cattolici che vivevano oltre Cortina di Ferro. Ora, tutto assume lo stesso peso, in qualche modo.
2. Questo ha un impatto anche su chi scrive il testo. Non pensa al tema, ma pensa piuttosto a quello che vuole raccontare, al modo in cui vuole impattare. La Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare, ha un mondo dietro, tutto da capire, e quando si scrive si pensa sempre all’idea che chi legge debba avere tutte le informazioni necessarie. È il dramma che si trova nello stile anglosassone di giornalismo, dove le sfumature, complice anche la lingua, vengono messe da parte, e dove tutto va spiegato per paura che ci sia confusione nella comprensione. Questo, però, prevede che il processo di comprensione ricominci daccapo ogni volta. Anche per chi scrive.
3. Un’enciclica che ha come centro le sfide poste dall’intelligenza artificiale, anche se in un contesto più ampio, non può, non deve prescindere dal contesto storico, e questo è molto chiaro. Eppure, proprio se si considera la storia, ci si ritrova di fronte all’assenza di alcuni temi che la Santa Sede ha comunque delineato nel corso di questi anni. A partire dall’idea di una autorità mondiale con competenze universali sull’intelligenza artificiale, lanciata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher alle Nazioni Unite già nel 2024 (https://www.acistampa.com/story/25374/lintelligenza-artificiale-regolata-da-una-autorita-mondiale), che è tra l’altro un tema classico della diplomazia pontificia. Anche quando si parla di economia, ci si ferma all’economia che uccide di Papa Francesco, ma non si parla della possibile riforma del sistema monetario internazionale richiesta dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e messa sul tavolo del G20 nel 2011 (qui una sintesi: https://www.korazym.org/2433/una-proposta-di-riforma-del-sistema-monetario-sul-tavolo-del-g20/). Ma, se parliamo di economia, c’è anche un documento su crisi e sviluppo di Giustizia e Pace del 1986 che appare oggi profetico (https://www.korazym.org/5054/crisi-e-sviluppo-la-ricetta-della-santa-sede-in-un-documento-del-1986/).
4. Il fatto è che, nel volere tutto, c’è il rischio di perdere di vista l’insieme per perdersi nei dettagli. L’enciclica ha un linguaggio che vuole anche legittimare il lavoro del pontificato precedente, ed è giusto, perché c’erano dei temi innovativi nel pontificato di Papa Francesco. Ma, di fatto, c’è un mondo che ha preparato a tutto questo, e non basta semplicemente citare le encicliche precedenti. Il rischio è quello di cristallizzare il passato e guardare al futuro con gli occhi di ieri. È un rischio di tutti i testi lunghi. Manca, a volte, la profezia.
5. Che poi di profezia ce ne sarebbe da vendere. Perché l’enciclica mette in luce alcuni temi centrali: dagli oligopoli che gestiscono i dati e le informazioni, fino al fatto che ormai il colonialismo si gioca sul possesso dei dati e non dei corpi delle persone. Manca, forse, una riflessione sull’identità digitale, che è stata al centro di alcuni studi interni di Giustizia e Pace negli anni Novanta, quando si cominciava a palesare come il mondo elettronico (dai bancomat ai cellulari) creasse anche un mondo meno libero, più soggetto a controllo e più spersonalizzato. Tutto questo è accennato nell’enciclica, ma non è approfondito, ed è un peccato, se si considera la lunghezza del testo.
6. Il vero problema della comunicazione della Chiesa è la necessità di volersi spiegare troppo al mondo. Di fronte a un mondo pervasivo e sempre più secolarizzato, la Chiesa sente il bisogno di spiegarsi nella sua storia e nelle sue ragioni, quasi dovendo giustificare ogni punto di vista.
7. Ovviamente, questo risente anche del fatto che la parte sociale dell’enciclica si concentra su temi specifici, come quello delle migrazioni, che rischiano di suscitare controversie anche all’interno del mondo cattolico – anche perché, per la dottrina sociale della Chiesa, il primo diritto non è quello di spostarsi, ma quello di rimanere a casa e di muoversi solo se volontariamente. Ed è per questo che i martiri citati sono i martiri sociali, da Romero ad Angelelli, mentre mancano i martiri del XX secolo ideale, che pure lavoravano sui temi sociali e, anzi, creavano le condizioni per la libertà. Questo tradisce un orizzonte di riferimento, che è ovviamente parziale, e tradisce anche la necessità di fornire una narrativa specifica, una lettura del mondo in un indirizzo specifico.
8. Il rischio dei testi molto lunghi è che, nella loro composizione, diventino ideologici o ideologizzabili. Tutti possono prendere qualcosa, e quindi è un testo buono per tutte le stagioni. Ma che impatto ha un testo del genere? Se l’ideale è la discussione, allora può funzionare. Tutti, per esempio, hanno letto la Laudato Si di Papa Francesco. Ma quanti sanno citare passaggi in modo specifico? Quanto tutto questo ha avuto un impatto reale?
9. Allora viene da pensare che il preambolo della Dichiarazione dello Sviluppo delle Nazioni Unite parlava chiaramente di “sviluppo integrale” (https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/declaration-right-development) e questo dimostra che il pensiero della Dottrina sociale aveva un impatto nei testi, nel modo in cui anche le Nazioni Unite stilavano i documenti. Oggi c’è bisogno di quel tipo di impatto per superare l’attuale disordine mondiale, ed è questo il grande obiettivo per la Santa Sede: non solo essere parte della discussione, ma anche essere in grado di muoverla.
10. Il problema della Magnifica Humanitas è che funziona benissimo in tutte le sue parti e, al contempo, rischia di risultare dispersiva. Va comunque letta insieme ad altri documenti, come Antiqua et Nova (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20250128_antiqua-et-nova_it.html) e Quo Vadis Humanitas (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260304_quo-vadis-humanits_it.html), e quindi risulta esaustiva. Questo è normale. Ma allora perché non cercare un’incisività maggiore? Perché non lavorare su un documento più pungente e preciso dal punto di vista comunicativo?
Il rischio che io vedo, personalmente, è che questo nuovo stile dei documenti papali, di certo figlio dei tempi, rischia di avere delle controindicazioni. Poco incisivo, poco memorabile, necessariamente didascalico, si nasconde dietro la necessità di rileggere la storia senza poter fare la Storia. Sembra paradossale, e magari sarò smentito. Ma l’assenza di alcuni grandi temi dal testo, la necessità di spiegare tutto, e anche la voglia di farne un documento buono per tutti portano con sé il rischio fortissimo di rimanere un documento tra i tanti.
Io stesso sono stato fuorviato dai discorsi di Leone XIV in Africa, che presentavano grandi temi di dottrina sociale (qui la mia analisi: https://www.ncregister.com/news/leo-xiv-africa-preview-new-encyclical) e che mi facevano pensare che quei temi (dalla formazione delle coscienze al dialogo tra le religioni) sarebbero stati presenti in questa enciclica. Lo sono, ma in termini e forme più blandi verbalmente di come definiti nei discorsi di Leone XIV. Perché il discorso ha un tema, un’incisività, un qui ed ora, ed è questo che lo rende efficace.
Un’enciclica, in questo senso, appare più come un documento programmatico che non come un’ispirazione del Papa al mondo. Ma non servirebbe, forse, distinguere tra lo stile di un'enciclica e una serie di studi di commissioni teologiche, accademiche, anche di organismi della Santa Sede?

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