Lo scorso 12 marzo sono stato relatore a Oradea (Romania) all’incontro dei portavoce delle diocesi romene. Qui gli appunti del mio intervento, che mi sembrano attuali anche oggi. Una sintesi delle mie parole dette a braccio è qui.
Ci sono alcune domande sempre più frequenti oggi: qual è il futuro del giornalismo? E, quando guardiamo poi a quello che facciamo davvero per vivere: qual è il futuro del giornalismo religioso? E, ancora più nello specifico, qual è il futuro del vaticanismo?
Sono domande ampie, che richiedono uno sviluppo che non può essere esaurito in una chiacchierata. Ma proverò qui a dare tre risposte brevi, precise, che possano favorire la discussione e cercare di dare uno sguardo verso il futuro.
Prima delle risposte, però, dobbiamo fare alcune premesse necessarie.
La prima: il giornalismo non riguarda la verità. Riguarda il servizio. E mi spiego: la ricerca della verità è ciò che deve guidarci sempre nel fare giornalismo. E, tuttavia, noi sappiamo che non possiamo mai avere la verità completa, la verità tutta insieme. Non possiamo, perché ogni situazione ha più punti di vista e più modi di leggerla. Non sto dicendo che non ci sia uno giusto e uno sbagliato, e che tutto è relativo. Ci sono cose giuste e cose sbagliate, e vanno distinte e raccontate per quello che sono. Ma c’è anche un “mondo grigio”, che è poi l’umanità, dove gli errori umani contano e cambiano il corso della storia, e dove dunque si deve guardare tra la verità oggettiva, la verità che osserviamo, la verità soggettiva, la verità in situazione.
Accettarlo significa fare buon giornalismo, perché accettiamo di avere un punto di vista. In Italia c’era un famoso giornalista, Indro Montanelli, che si trovava a Praga il giorno della primavera di Praga. I suoi reportage sono rimasti nella storia, perché li iniziava con una dichiarazione di intenti ben precisa: questa è la storia dei moti di Praga come li ho visti, come li ho potuti osservare. Montanelli non nega che possano esserci anche altri punti di osservazione, persino migliori. Racconta quello che vede.
Per questo sostengo che il giornalismo è fare servizio. Ovvero, mettersi al servizio di quello che si vede, senza pregiudizi. Ho spesso chiamato questo atteggiamento “umiltà epistemologica”. Significa che, di fronte ad un evento, si accetta di mettere da parte i pregiudizi, e si formulano solo giudizi informati, e comunque con l’umiltà di sapere che magari non tutto può essere compreso, non tutto può essere svelato.
Il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano per due decenni, nella sua lettera pastorale Il Lembo del Mantello sottolineava che il giornalista è prima di tutto un mediatore. Cioè, qualcuno che sta tra i fatti che lui può testimoniare e il pubblico che non può vedere quei fatti, a cui deve spiegare le cose. Il giornalista non deve dire al lettore cosa pensare. Deve permettere al lettore di pensare. Ed è un tema molto diverso, se mi permettete.
La seconda premessa da fare è questa: proprio per essere onesti, dire di essere giornalisti cattolici è un punto imprescindibile. Ora il giornalismo cattolico sembra una bandiera. Io credo che prima di tutto si debba essere cattolici che fare i giornalisti. Annunciare di essere cattolico definisce un punto di vista, ma impone anche un’etica. Essere cattolico significa, appunto, guardare all’altro con compassione e comprensione. Significa saper assumere una posizione, mantenendo sempre vivo “il volto dell’altro”, come direbbe il filosofo Emmanuel Lévinas. Significa anche leggere la storia con uno sguardo diverso, e leggere la storia religiosa con lo sguardo di chi crede. Che, se permettete, è tutta un’altra storia.
Quindi, da cattolici che fanno i giornalisti, cerchiamo ora di definire le risposte a queste tre questioni che ho delineato all’inizio.
Quale è il futuro del giornalismo?
Il giornalismo come lo abbiamo conosciuto, o come l’ho conosciuto io, non esiste più. Tutti possono dare una notizia, e internet ha ampliato incredibilmente le possibilità per tutti di farlo. Ma se tutti possono dare una notizia, non tutti sono giornalisti. C’è una differenza sostanziale.
Questa differenza tocca anche chi fa il lavoro di comunicatore, e che dunque si impegna a comunicare un’istituzione nel modo più corretto possibile. Comunicare un’istituzione non significa ragionare in termini di marketing, né di visibilità. Significa piuttosto trovare un canale che permetta di raccontarla.
Abbiamo ragionato troppo il giornalismo in termini di narrazione, di audience, di marketing, e ci ritroviamo nel momento in cui la tecnica narrativa viene prima del fatto in sé. Ma non è quello il modo. Nel momento in cui ci si affanna a cercare sempre qualcosa di appetibile per il lettore, ci allontaneremo sempre più dalla verità.
In questo tempo di marketing, di informazione pervasiva, di narrazioni che diventano podcast, storie o qualunque altra cosa, la vera risposta è nella comunità. La comunità di giornalisti che hanno qualcosa in comune e la condividono. La comunità di esperti che controllo e aiuta l’altro ad andare oltre la narrazione. La comunità del comunicatore che sa a quale giornalista passare l’informazione, e sa che questo giornalista saprà gestirla meglio di un altro.
Il giornalismo non è fatto di narrazioni o di comunicati, ma di relazioni. Sembra un paradosso dirlo oggi, quando tutto si fa via email, ma io sono totalmente convinto che essere giornalisti significa prima di tutto trovare relazioni sane con le persone. E in questo si trovano relazioni, si trova anche la bellezza di un mestiere, la capacità di essere mediatori, l’interesse ad essere umani. Un tema, quello dell’umanità, che tornerà nelle mie parole.
Quale è il futuro del giornalismo religioso?
L’umanità è necessaria quando lavoriamo, infatti, sull’informazione religiosa. È necessaria prima di tutto perché la religione è vita, e perché dunque questa vita si certifica in un’umanità. Non possiamo raccontare l’informazione religiosa se consideriamo il dato religioso un qualunque fatto secolare.
L’informazione religiosa vive di strati, e il primo di questi strati, che è al tempo stesso quello più profondo e quello più superficiale, riguarda la fede delle persone coinvolte: quello in cui credono, il perché lo credono, la motivazione che c’è dietro le azioni.
Il giornalismo religioso richiede una specializzazione ampia, chiede di essere “esperti in umanità”, ma anche di studiare sempre e di comprendere l’altro nella sua radicale differenza. Appunto, chiede di essere umani. Io credo che il giornalismo religioso, inteso così, sia la più grande risposta alla spersonalizzazione dell’intelligenza artificiale. Perché è giornalismo che va oltre i dati, che lavora sulle capacità personali, che cerca l’umano sempre e comunque, e che si approccia all’umano con umiltà epistemologica e con amore. L’amore è necessario, in fondo, perché l’umanità non può definirsi se non c’è una cura.
Oggi, le informazioni corrono veloci, troppo veloci. C’è troppo rumore, troppa incapacità di definire quali siano le informazioni vere o quelle non vere. Il giornalismo religioso è chiamato ad avere quella profondità, che significa prima di tutto conoscere come si vive la fede, se non vivere la fede in prima persona.
Il giornalismo religioso avrà futuro se saprà essere giornalismo di strada, e se da giornalismo di strada saprà elevarsi in qualcosa che non riguarda solo le notizie, ma le analisi, gli scenari, gli approfondimenti. Il giornalismo religioso ha senso solo se è in grado di spiegare e comprendere, non solo di informare. È un discorso che vale per tutto il giornalismo oggi, ma vale soprattutto per il giornalismo religioso in particolare.
Qual è il futuro del giornalismo vaticano?
Da qui, dobbiamo definire il futuro del giornalismo vaticano. Il cosiddetto vaticanismo ha vissuto varie fasi. Siamo alla quarta generazione di vaticanisti.
La prima generazione era quella di coloro che si erano formati durante il Concilio Vaticano II, la seconda di quelli che si erano formati dopo il Concilio Vaticano II, la terza dei figli del grande pontificato di Giovanni Paolo II e la quarta è quella dei giornalisti di oggi.
Io sono un giornalista di terza generazione, ma ho cominciato però abbastanza giovane per poter prima di tutto entrare in contatto con la prima generazione. La prima generazione di vaticanisti insegnava, perché aveva il gusto dell’attesa e della comprensione. La seconda generazione ha insegnato meno, perché si è formata nell’ideologia, nel dibattito post-conciliare, ed è stata spesso espressione dei movimenti cattolici. C’era una missione e la missione non prevede di comprendere chi viene dopo, la missione ha seguaci, non ha compagni di viaggio. La terza generazione era smarrita perché non aveva una generazione di mezzo che trasmettesse la conoscenza e, allo stesso tempo, aveva la necessità di comprendere che cosa c’era prima. La terza generazione è quella della ricerca di senso, ma poi si politicizza un po’ troppo in dibattiti polarizzati.
Ma la polarizzazione è questione di pigrizia, non di comprensione, perché è facile distinguere il mondo in buoni e cattivi, ed è facile sentirsi dalla parte giusta della storia.
La quarta generazione ha enormi difficoltà. Di fronte ad un flusso di notizie continuo, fa difficoltà a comprendere le grandi sfide dei tempi. Il giornalista vaticano deve essere molto veloce e molto preciso, ma le due cose sono difficili se non c’è una formazione chiara alla base che permetta di andare oltre il flusso di dati. La velocità non deve impedire l’approfondimento, ma ciò richiede una comprensione altissima, uno studio e una passione che non hanno eguali nella storia.
Il vaticanismo funzionerà solo se riuscirà ad essere una disciplina a sé, ovvero se si definirà nella sua specificità, nella sua profondità, nella sua capacità di guardare al cuore dei problemi, dei simboli, delle storie.
Il vaticanismo non ha scoop, perché nulla è mai davvero nuovo nella Chiesa, ma accettarlo per un giornalista è un grande bagno di umiltà. Il vaticanismo racconta un’istituzione e una religione, quella cattolica, che hanno ancora molto da dire al mondo, ma che forse hanno perso la capacità del messaggio profetico.
Il vaticanista resisterà come mestiere se saprà essere profetico, se saprà andare oltre le mode del pensiero. Non è un percorso semplice. Ma è l’unico possibile.
Dal quid est veritas al quo vadis
Ho intitolato questa conferenza “Dal quid est veritas al quo vadis?” con un intento preciso. Quid est veritas è la domanda sospesa di Ponzio Pilato, e sorprende che sia proprio Pilato a chiederselo. È l’unico, alla fine, a porsi un dubbio di fronte alla prorompente umanità di Gesù, l’unico che cerca di capire cosa c’è di profondo. Ma è anche colui che, per comodità, per realpolitik, lascia andare.
È la domanda che dobbiamo farci noi comunicatori, con la volontà, però, di non essere come Pilato, di non lasciare andare per opportunismo o realpolitik comunicativa. La domanda della verità è centrale, fondamentale, e va insieme con le questioni che Tommaso d’Aquino delineava perché ci fosse un buon trattato teologico, che sono poi quelle che sono diventate le cosiddette “cinque W” del giornalismo.
Quo Vadis? È la domanda che Gesù fa a Pietro in fuga da Roma, ed è la domanda che si è posta la Commissione Teologica Internazionale nel suo ultimo documento, pubblicato qualche giorno fa. È una domanda che ci si pone riguardo all’umanità, e che alla fine riguarda anche i giornalisti. Nell’era delle macchine, dove è l’umano? Che fine farà l’essere umano?
Io credo che proprio il cercare l’umano che c’è in noi sia necessario oggi. Si devono utilizzare i mezzi tecnici come strumenti, non come surrogati di un lavoro che dobbiamo fare noi per primi. Un lavoro di relazione, con l’altro e con le informazioni. Un lavoro necessario per comprendere, prima di tutto, chi siamo e come viviamo la nostra professione. Un lavoro che ci permetta davvero di raccontare la Chiesa.

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