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venerdì 8 maggio 2026

Leone XIV, un anno dopo

C’è un momento che ho scolpito nella mia memoria, ed è interessante come i dettagli si confondano in pezzi temporali sparsi, come una Polaroid dai dettagli staccati ma ancora nitidi. Questo momento riguarda l’8 maggio 2025, e coinvolge tutti i momenti dell’annuncio del nuovo Papa.

 

La prima Polaroid è il momento in cui, dopo la fumata bianca, esco dalla Sala Stampa della Santa Sede e mi dirigo verso il Braccio di Carlo Magno, sopra il colonnato. Non rispondo al telefono, non voglio andare in nessuna televisione, perché ci sono momenti che si devono vivere, e l’elezione di un Papa è uno di questi. E quando esco dalla Sala Stampa, vedo la folla muoversi, persone cominciare a correre dall’inizio di via della Conciliazione, in una concitazione generale. Io lo so che ci vuole almeno un’ora prima che il nuovo Papa venga annunciato ed esca, ma la folla no, e la folla vuole esserci.

 

La seconda Polaroid è il momento in cui il cardinale Mamberti pronuncia l’Habemus Papam, e al Rob di Robertus io dico immediatamente, tra me e me, ma sembra urlando, “Prevost”, come in uno stato di trance. Perché io non ci credevo che sarebbe potuto essere Prevost, eppure quel nome mi era rimasto nel cervello, come un rumore di fondo, sospeso nei miei discorsi con i cardinali. In due, nei giorni precedenti al Conclave, mi avevano chiesto: “Tu cosa pensi di Prevost?” E io mi ero inconsciamente messo nell’idea che potesse essere lui. Il giorno dopo l’elezione, uno di questi cardinali mi richiamò ed esordì: “Allora, come siamo andati?” – ma questo è materiale per un’altra storia.

 

La terza Polaroid è il momento successivo al primo discorso di Leone XIV. Resto un po’ lì, sul Braccio di Carlo Magno, perché i momenti vanno assaporati, perché voglio capire cosa sta succedendo, e anche cosa scriverò, ovviamente. Mi giro, e vedo la folla ondeggiare, muoversi. Faccio un video, lo posto. Perché quello, dico, è il motivo per cui la Chiesa non morirà mai.

 

Mentre penso a tutto questo, mi chiedo in che modo l’elezione di Robert Francis Prevost a successore di Pietro abbia inciso sul mio essere giornalista.

 

È il mio terzo conclave. Nel 2005, al conclave che elesse Benedetto XVI, ero inconsapevole, e vivevo tutto con la curiosità del neofita e l’incomprensione dell’incosciente. Cercavo di prendere contatto con quella realtà, pensando che sarebbe potuta essere professionalmente la mia, ma senza esserne sicuro.

 

Ma poi ho imparato ad amare Benedetto XVI, e così il conclave del 2013 ha avuto il sapore della distrazione emotiva, perché ci si doveva distaccare da un modello mentre questo modello era ancora in vita, e si doveva andare verso qualcosa di nuovo. L’elezione di Francesco mi ha sorpreso – a dire il vero, in un breve pezzo su Il Tempo dell’1 marzo 2013 segnalai che Bergoglio poteva essere il candidato della vecchia Curia, ma non è che ci credessi – e affrontai il nuovo pontificato con curiosità, ma anche con tremore, perché vedevo un mondo rompersi o finire.

 

Benedetto XVI mi ha insegnato il linguaggio, ma soprattutto mi ha insegnato ad andare oltre i pregiudizi, a leggere i testi invece di affidarmi alle impressioni, a capire che la Chiesa ha una storia e che i suoi simboli hanno tutti profondità, e che ciò che crediamo non è qualcosa di neutro, ma qualcosa da vivere. Lo ha fatto per sottrazione, mettendosi sempre da parte, sottolineando sin dall’inizio il primato di Cristo, mettendolo in luce in innumerevoli omelie, riaffermandolo ogni volta che era necessario.

 

Papa Francesco mi ha insegnato a combattere per ciò in cui si crede. Mi ha reso, in qualche modo, più interessato ai simboli proprio a causa del suo disinteresse, mi ha posto davanti ad una realtà diversa, in cui dovevo parlare di un Papa del quale non condividevo la necessità di rompere con il passato, e intorno al quale si era creata una narrativa – che pure non ho amato – per cui tutto ciò che c’era prima era sbagliato e corrotto. Il pontificato di Francesco mi ha messo di fronte alla necessità di comprendere quale era il mio punto di vista, e di cercare di difenderlo con coerenza, nei modi in cui potevo, ma soprattutto studiando, e operando anch’io per sottrazione, come Benedetto XVI mi aveva insegnato a fare.

 

E Leone XIV? Beh, grazie all’esperienza del pontificato di Papa Francesco, mi sono approcciato a quello di Leone XIV con una diversa cura. Sono stato più attento ai simboli, e meno attento all’emotività. Ho ascoltato di più, cercando di imparare dall’esperienza che ci vuole equilibrio nei giudizi, e non fretta, e che comunque l’equilibrio paga sempre a lungo termine.

 

Leone XIV mi sta insegnando a mantenermi legato alla storia e alle sfumature, senza avere la fretta di guardare tutto o di decidere sempre per forza da che parte stare nel momento in cui le cose succedono. Questo pontificato sta cercando di farmi capire che anche l’analisi si scontra con l’umanità, e che l’umanità a volte è più complessa di quanto si possa umanizzare, perché io non ho mai condiviso l’idea che “la realtà è più grande dell’idea”, come scriveva Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, ma ho sempre pensato che le idee, in qualche modo, fanno la realtà.

 

Leone XIV mi sta chiedendo di avere una profondità diversa, e di farlo rendendomi conto che in alcune cose sono stato superficiale. Leone XIV richiede un giornalismo diverso, con uno stile più riflessivo. Benedetto XVI chiedeva di leggere tutto, e tutto approfonditamente, perché costruiva i discorsi come cattedrali. Papa Francesco chiedeva di guardare al gesto e al momento istintivo e brutalmente spontaneo, perché così si esprimeva. Leone XIV chiede di approcciarsi a lui con pazienza, con la fiducia che non ti deluderà mai e con la comprensione che, su molti temi, il suo pensiero è davvero più complesso, e corroborato dalla vita comunitaria che, in fondo, è caratteristica imprescindibile del suo essere e che spesso tendiamo a sottovalutare.

 

Ma Leone XIV mi chiede di approfondire un mondo che non approfondisce: un mondo secolarizzato, in cui parlare di Chiesa sembra non essere più di moda né conveniente. Eppure, nonostante tutto, c’è un mondo da raccontare, e una Chiesa da condividere, e me lo dimostra proprio l’immagine della folla all’elezione di Leone XIV di un anno fa. Pensavamo che la Chiesa avesse smesso di avere importanza, e invece il potere di un rito, la sospensione di una sede vacante e un forte senso di fede hanno portato così tante persone in piazza a cercare di capire chi sarebbe stato il nuovo Papa.

 

Sì, la Chiesa è viva, e la Chiesa è giovane, come diceva Benedetto XVI nella sua omelia della Messa di inizio pontificato. E sì, noi giornalisti siamo chiamati a raccontare questa Chiesa viva contro ogni esperienza contraria. In fondo, anche e soprattutto questo chiede il pontificato.

 

Un anno dopo, ci troviamo di fronte a un vaticanismo cambiato, dove i titoli sono meno e l’attenzione per i discorsi del Papa è scesa, ma dove, comunque, i discorsi del Papa hanno tutti un senso profondo da vivere e approfondire. E mi sembra una gran cosa.

 

Ad multos annos, Santo Padre!  

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