Vale la pena dirlo subito: non ho mai davvero amato Papa Francesco. Non ho apprezzato l’aspettativa mediatica intorno a lui, e ancora meno il modo in cui l’ho visto giocare da subito con questa aspettativa mediatica. Era un Papa di gesti, e in molti casi questi gesti apparivano studiati, calcolati, e comunque irrispettosi di un’istituzione che aveva una Storia che non poteva essere messa da parte.
C’è però una cosa che il giornalismo mi ha insegnato in tutti questi anni: che anche le persone che apprezzi di meno hanno un lato nascosto, un punto di vista che magari non riesci, non puoi o non vuoi vedere, o comunque delle sfumature che devi considerare. Anche le persone più odiate, in fondo, hanno degli amici, e da questi amici sono amate, ed apprezzate.
Un buon esercizio per superare i pregiudizi personali è ascoltare gli amici. Non gli adulatori: gli amici, che è cosa ben diversa. Da un amico ti aspetti un giudizio benevolo sulle decisioni, ma anche un’onestà critica su molti aspetti. Non significa che l’amico ti faccia cambiare opinione. Significa, però, che l’amico della persona che critichi ti aiuta a vedere degli aspetti che non potevi, non riuscivi a vedere. Ti aiuta ad andare oltre i pregiudizi, a cogliere la parte umana che si nasconde dietro ogni storia.
Per questo motivo, devo essere grato a Salvatore Cernuzio per il suo libro “Padre” (Edizioni Piemme), che dettaglia il suo rapporto, personalissimo e discreto, con Papa Francesco. Un rapporto filiale, sul quale Salvatore non ha mai speculato negli anni di pontificato, ma che ora ha sentito il dovere di raccontare, ora che Papa Francesco non c’è più e il ricordo rischia di sbiadire in agiografie esagerate o in criticismi iperbolici.
“Padre” racconta prima di tutto la storia di un’amicizia, e lo racconta con l’occhio benevolo di chi riesce a guardare la storia dall’altra parte del buco della serratura, l’accompagna e pratica da quella posizione un affetto filiale, sincero. Quel tipo di affetto che, di certo, non nasconde i lati bruschi del carattere, i limiti della persona, persino gli errori, ma che supera tutto questo perché c’è il dettaglio dell’amore ricambiato che permette di guardare a tutto con un grande anticipo di simpatia.
Il libro non ha cambiato il mio giudizio storico sul governo di Papa Francesco né sul modo in cui ha operato, né il mio giudizio su alcuni suoi testi e punti di vista. È stata, però, una lettura necessaria, perché mi ha permesso di guardare le cose da un altro punto di vista. Sicuramente, con meno malizia.
Perché – e devo essere sincero – nella volontà di andare a Cutro, in quella di andare a Gaza, nel sogno di andare in Cina, ma anche nel mostrare il quadro sulla guerra in Ucraina, e in tutti questi sogni, io ci continuo a vedere comunque l’ansia di un uomo che vuole essere protagonista della storia, un Papa che vuole essere più dell’istituzione che sta servendo, e che anzi vuole che l’istituzione sia come lui vorrebbe che fosse.
E perché – anche qui devo essere sincero – trovo nella volontà dissacrante di Papa Francesco di voler cominciare ogni discorso con una battuta un altro piccolo atto di vanità, una ricerca di dominio della scena, un modo furbo per cercare di prendersi il centro dell’attenzione in un momento in cui tutti stanno pensando ad altro.
Ma sono anche consapevole che tutto questo deriva anche dal mio cinismo personale, dal mio modo un po’ ruvido di leggere le persone, e anche da come io interpreto le istituzioni e il modo in cui le istituzioni vanno servite, specialmente quando si parla di Chiesa.
E così, il libro di Salvatore mi permette di guardare l’altro lato della storia. Mi aiuta a guardare con occhi più benevoli e meno pregiudiziali il modo di essere di Papa Francesco. Di individuare anche una parte d’amore in quello che faceva – perché, in fondo, c’è sempre una parte d’amore, e sta a noi scoprirla e osservarla.
È un libro che mi ha fatto l’effetto dei ritratti scritti da Giulio Andreotti – mi si perdoni se il paragone è irriverente – perché ci ho rivisto quella capacità di cogliere il buono in ogni cosa, di esaltarlo, di renderlo vivo e di farne una base di partenza per comprendere meglio il presente.
Un anno dopo la morte di Papa Francesco, questo libro, lo ho detto, è una lettura necessaria. Lo è per poter equilibrare il giudizio storico, per dare profondità umana al giudizio di governo, per comprendere che Papa Francesco era un po’ tutto quello che abbiamo visto in negativo e in positivo. Non a caso, la figura che Papa Francesco amava di più era quella del poliedro, con le sue molteplici facce e sfaccettature.
“Padre” è un libro che mi ricorda che fare il giornalista non è solo guardare le cose dal mio punto di vista, ma significa necessariamente guardarle da tanti punti di vista. E poi, ovviamente, adottare il proprio punto di vista, ammettendo però che è solo un modo di leggere la storia, che non copre necessariamente tutta la storia.
No, probabilmente il mio giudizio storico su Papa Francesco non è cambiato. Ma almeno ho potuto vedere qualcosa di diverso di lui, e questo è un atto necessario per portare equilibrio nella nostra narrazione.
Alle 7.35 del mattino di un anno fa, terminava un pontificato che in qualche modo ha definito la nostra professione, e l’ha traghettata in un mondo nuovo. Terminava in maniera velocissima, quasi imponderabile, con la richiesta di un bicchiere d’acqua e lo sconcerto di chi non si aspettava che tutto sarebbe finito così.
Il pontificato di Papa Francesco mi ha costretto a fare i conti con il mio modo di leggere la realtà, a prendere una posizione e ad argomentarla, e, in qualche modo, a crescere nella professione in mezzo alle criticità. “Padre” mi ha mostrato anche qualcosa in più sul lato umano del Papa. Ed è stato importante.

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