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giovedì 16 aprile 2026

Benedetto XVI, la fede prima di tutto

Lo scorso anno, in occasione del Giubileo, le Edizioni Frate Indonvino hanno pubblicato un libro chiamato "Le Parole del Giubileo". Ogni mese, si presentava la vita di un santo o una figura di riferimento nella storia della Chiesa, unita ad una parola chiave. A me è stata affidata una breve biografia di Benedetto XVI, incentrata sul tema della "Fede". Oggi Benedetto XVI avrebbe compiuto 99 anni, e si cominciano a preparare le grandi celebrazioni per il centenario della nascita. Per questo, valeva la pena pubblicare qui questa breve biografia, invitando anche a comprare il libro, che ha molti altri testi di un certo interesse.

Le ultime parole di Benedetto XVI sono state: “Gesù ti amo”. E sembra una circostanza incredibile, per un uomo che non ha mai voluto fare grandi gesti, che ha sempre avuto il gusto del nascondimento e che quando ha fatto qualcosa di grande lo ha fatto per umiltà, non per vanagloria. Sembra quasi un racconto troppo perfetto per essere vero. Eppure, è tutto vero. La testimonianza è di un medico che era lì a vegliare le ultime ore di Benedetto XVI, ed è stata riportata poi dall’arcivescovo Georg Gänswein, che del Papa emerito era stato l’ombra per venti lunghi anni.

 Sembra una uscita di scena perfetta, ma Benedetto XVI a tutto pensava tranne che a quell’uscita di scena. Non pensava certamente che quelle parole avrebbero ricondotto direttamente alla sua ultima grande fatica teologica, la trilogia su Gesù di Nazaret, scritta quando era già Papa ma firmata come teologo. Perché in realtà quella fatica teologica era il punto culminante e finale della sua vita. Una vita passata a cercare la Verità, che – come amava ricordare – non si può possedere, ma viene verso di te. Una vita passata a nutrire questa ricerca della Verità con l’incontro personale con Gesù. Una vita, in fondo, nutrita e stimolata da una fede incrollabile, forte, profonda, che nasce nella tradizione bavarese e semplice della sua famiglia e da lì non si sradica.

 

Non viene sradicata dall’arrivo del nazismo, dalla Seconda Guerra Mondiale, dall’esperienza breve in parrocchia, dal suo lavoro da teologo, da quello poi in Vaticano. Perché quella di Benedetto XVI è una fede profonda, è puro amore per Dio. Ma è anche una fede razionale, che sa rispondere alle grandi domande e non ha paura di porsele. Anzi, chiede a tutti di avere il coraggio di guardare in alto, va alla ricerca degli esempi del passato di coloro che hanno cercato Dio con il cuore e con la mente, punta a fare della fede il centro di ogni cosa.

 

Benedetto XVI, Papa dal 2005 al 2013, Papa emerito dal 2013 al 2023, e prima ancora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, arcivescovo di Monaco e Frisinga, teologo, perito del Concilio Vaticano II, è stato davvero un uomo di fede. Quando ha rinunciato al munus petrinum, primo Papa nella storia moderna, si era nel mezzo dell’Anno della Fede da lui lanciato, che sarebbe forse poi dovuto scaturire in un grande Credo del popolo di Dio, un po’ sulla falsariga di quello pronunciato da Paolo VI nel 1968. C’era anche una enciclica, la Lumen Fidei, che Benedetto XVI ha lasciato in eredità al suo successore Francesco, che la ha firmata.

 

La fede, insomma, come inizio e fine di ogni cosa. La fede come “centro di gravità permanente” della vita. La fede, come la più grande delle virtù teologali.

 

La vita di Benedetto XVI in pillole

 

C’è un’altra grande coincidenza della vita di Benedetto XVI, che era nato come Joseph Ratzinger: era nato di Sabato Santo, il 16 aprile 1927, e fu battezzato in quello stesso giorno. Lo stesso Ratzinger ha sempre considerato il fatto di essere nato di Sabato Santo come un segno del suo particolare legame al Signore.

 

Veniva da una famiglia particolarmente unita e profondamente devota. Era il terzogenito. Prima di lui, erano nati Maria (1921 – 1991) e Georg (1924 – 2020). I tre fratelli erano molto legati. Da Papa, Benedetto XVI ospitava spesso il fratello, anche lui sacerdote e storico direttore dei Regensburg Domspatzen, il coro di voci bianche di Ratisbona. Nel 2020, nel mezzo della pandemia, chiese di partire per Regensburg per salutare un ultima volta il fratello moribondo. Fu questo il suo ultimo viaggio.

 

Da sempre, Joseph Ratzinger aveva dimostrato, come i suoi fratelli, una particolare attitudine verso il fatto religioso. Qualche anno fa, fu rinvenuta una sua lettera a Gesù Bambino del 1934, quando Ratzinger aveva 7 anni. Vi si leggeva: “Caro Bambino Gesù, presto scenderai sulla terra. Porterai gioia ai bambini. Anche a me porterai gioia”. Il piccolo Ratzinger chiedeva in dono nella lettera il Volks Schott, ovvero uno dei primi libri di preghiera per il Messale in lingua tedesca, con fronte in latino, che aveva anche una edizione per bambini – e un vestito per la Messa verde che serviva per il “gioco del parroco” – i fratelli Ratzinger si fingevano parroci, vestendo paramenti preparati dalla madre. Altro dono richiesto, un Cuore di Gesù, cioè una immagine del Sacro Cuore cui era molto devota la famiglia del Papa emerito.

 

Con queste premesse, la vocazione sacerdotale era un approdo naturale. Ratzinger si iscrisse nel 1939 al seminario di Traunstein, e questo fu poi chiuso nel 1942. Fu costretto a iscriversi alla Gioventù Hitleriana per non ricevere sanzioni nelle tasse scolastiche. Tuttavia, grazie ad una insegnante di matematica, riuscì a non partecipare alle riunioni. Fu arruolato a 16 anni nell’esercito tedesco, e disertò nelle ultime settimane di guerra, senza aver mai partecipato ad alcuna battaglia.

 

Nel 1947 si iscrisse al seminario interdiocesano di Monaco , e fu ordinato sacerdote insieme a suo fratello il 29 giugno 1951 dal Cardinale Michael von Faulhaber, che era al tempo arcivescvo di Monaco e Frisinga.

 

Ebbe una breve esperienza da viceparroco, orientandosi però immediatamente verso la carriera accademica. Fu consulente teologico del Cardinale Josef Frings, arcivescovo di Colonia, e partecipò al Concilio in quella veste e poi come perito. Fu professore nelle università di Monaco, Bonn, Münster, Tubinga e Ratisbona.


In particolare, a Tubinga prese le distanze dall’ideologia marxista del movimento studentesco degli anni Sessanta. Era un riformista che si guadagnò la fama di conservatore perché andava controcorrente. Eppure, Ratzinger non aveva mai smesso di difendere il lavoro del Concilio Vaticano II, in particolare la dichiarazione Nostra Aetate sul dialogo con le altre confessioni religiosi, e sulla dichiarazione del diritto alla libertà di religione.

 

Durante i suoi anni all'Università di Tubinga, pubblicò articoli sulla rivista teologica riformista Concilium, anche se scelse temi meno riformisti di altri partecipanti alla rivista, come Hans Küng ed Edward Schillebeeckx. Nel 1972, fondò la rivista teologica Communio, insieme a Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e Walter Kasper.

 

Paolo VI lo nominò arcivescovo di Monaco e Frisinga nel 1977. Ordinato vescovo il 28 maggio di quell’anno, scelse come motto l’espressione Cooperatores Veritatis. Lo stesso Paolo VI lo creò cardinale il 27 giugno 1977, e questo fece sì che Ratzinger partecipasse ai due conclavi che elessero Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II nel 1978.

 

Il 25 novembre 1981, Giovanni Paolo II lo nominò prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, incarico che mantenne fino alla morte del pontefice polacco nel 2005. Dal 2002 era Decano del Sacro Collegio, e in quella veste celebrò i funerali di Giovanni Paolo II.

 

Fu eletto Papa il 19 aprile 2005. Durante il suo pontificato ha compiuto 24 viaggi apostolici, e varie visite pastorali. Inoltre, ha promulgato tre encicliche: Deus Caritas Est e Spe Salvi sono su Dio come amore e sul valore della speranza e affrontano due delle virtù teologali. La terza, Caritas in Veritate, è una enciclica di Dottrina Sociale, che affronta i temi della giustizia sociale, ma non solo.

 

L’11 febbraio 2013, durante il concistoro per alcune canonizzazione, annunciò la rinuncia al ministero petrino, fissando la fine del suo pontificato al 28 febbraio alle ore 20.

 

Stabilitosi inizialmente nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, e poi nel monastero Mater Ecclesiae nel cuore del Vaticano – edificio che Giovanni Paolo II aveva destinato a delle comunità di clausura – Benedetto XVI ha trascorsi i suoi ultimi anni centellinando le apparizioni pubbliche, limitandosi ad alcune richieste di Papa Francesco (la presenza ai concistori, quella all’inaugurazione di una statua di San Michele Arcangelo in Vaticano), andando inizialmente in vacanza a Castel Gandolfo sempre su richiesta di Papa Francesco – dove nel 2015 ricevette anche due lauree honoris causa dalla Pontificia Università Giovanni Paolo II (Uniwersytet Papieski Jana Pawła II w Krakowie, fondata nel 1981) e dall’Accademia di Musica (Akademii Muzycznej w Krakowie).  Poi, con il passare del tempo, è rimasto sempre più ritirato nel monastero, ancorato alle abitudini quotidiane della passeggiata e del Rosario, e occasionalmente scrivendo o intervenendo in alcuni dibattiti.

 

È morto il 30 dicembre 2022, terminando così un periodo da Papa emerito di quasi dieci anni, più lungo del suo stesso pontificato.

 

Le idee teologiche di Benedetto XVI

 

Benedetto XVI ha nutrito la sua vita di una fede incessante, incrollabile, radicata nella tradizione della Chiesa. Crebbe nel periodo in cui il nazismo prendeva il potere in Germania, con la sua ansia di dominio del mondo. Il giovane Ratzinger, però, contava su una famiglia dai solidi valori, che mai cedette alle idee naziste, ed amava lo studio. Venne colpito dall’invito del teologo di Romano Guardini di vivere lo spirito della liturgia e a prendere parte ad una sorta di risveglio delle anime nella Chiesa.

 

Dopo la guerra, la sua vocazione era diventa ancora più salda, così come la sua decisione di dedicarsi alla Teologia. Si era in una Europa in crisi, l’uomo moderno era scosso dalle sue certezze, la guerra, con i suoi totalitarismi, aveva creato ancora più incertezze. Ratzinger guardò oltre la teologia classica, si rese conto che le risposte della Scolastica erano ormai superate, apprezzò e si dedicò alla filosofia dialogica diffusa da grandi maestri come Martin Buber, ebreo, o Ferdinand Ebner, cattolico.

 

Prima di essere restituito alla carriera accademica, Ratzinger fu viceparroco nella parrocchia del Preziosissimo Sangue a Monaco, nel centro della città, dove fu colpito dalla profondità della fede del parroco Max Blumscein. Nella parrocchia era vivo il ricordo del gesuita Alfred Delp, martire del nazismo, che aveva sottolineato: “Il pane è importante. La libertà è più importante. Ma la cosa più importante è la fedeltà ininterrotta e l’adorazione mai tradita”. Questa massima colpì profondamente Ratzinger. Dalla sua esperienza come viceparroco trasse anche un saggio, “I nuovi pagani e la Chiesa”, elaborato sulla base delle esperienze che faceva ascoltando la storia delle persone.

 

Come teologo, approfondì per dottorato e licenza il pensiero di Sant’Agostino e San Bonaventura, entrambi da lui molto amati. Agostino andava oltre la società di “perfetti e iniziati”, resistendo alla tentazione di espellere i peccatori, Bonaventura aveva elaborato un concetto di rivelazione che ha in Gesù Cristo un evento centrale e risolutivo.

 

Fu chiamato ad insegnare a Bonn nel 1959, per il primo incarico nell’università di Stato, ed esordì con una lezione magistrale dal titolo: “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”. Secondo Ratzinger, mentre la filosofia cerca di comprendere il mondo in cui l’uomo è chiamato a vivere, la teologia cerca il volto di Dio che si è rivolto all’uomo. Sono finalità diverse e convergenti, e filosofia e teologia sono destinate ad incontrarsi in un percorso di ricerca che è però infinito e indefinito.

 

Questa lezione ebbe molta risonanza, e Ratzinger fu invitato all’Accademia di Bensberg a parlare delle prospettive del Concilio Vaticano II, che era stato appena annunciato. Ad ascoltare Ratzinger, che notava come l’assise sarebbe stata positiva se Papa e vescovi erano chiamati a dare una testimonianza di comunione al servizio dell’annuncio del Vangelo, c’era il Cardinale Frings. Frings lo scelse come suo esperto al Concilio.

 

Al Concilio Vaticano II, Ratzinger lavorò alla Costituzione sulla Divina Rivelazione, e contribuì alla Costituzione sulla Chiesa, nonché al Decreto sulle missioni e la costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Diede ai documenti una impronta personalista, evidenziò la sacramentalità dell’ordinazione episcopale, ma allo stesso tempo guardò con cautela agli entusiasmi. Nel libro Introduzione al Cristianesimo sottolineerà il suo timore che i dibattiti del Concilio potessero far perdere di strada il contenuto della fede, nonché la disposizione del credente.

 

Dopo gli insegnamento a Münster e a Tubinga, dove scoppiò la contestazione studentesca, Ratzinger accettò di andare ad insegnare a Ratisbona, meno prestigiosa, ma più adatta a lui. Risale agli anni di Ratisbona il libro Escatologia. Morte e vita eterna, in cui si parlava anche della vita futura.

 

Nominato arcivescovo di Monaco nel 1977, volle come motto episcopale “Collaboratori della verità”, e mise al centro del ministero la cura per la liturgia, perché “Culmine e fonte della vita cristiana, la liturgia eucaristica domenicale ora come sempre si basa sulla fede nella Risurrezione di Gesù, essa non può essere il luogo di sperimentazioni arbitrarie”.

 

Dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, Ratzinger cominciò anche ad avere una serie di incarichi in Vaticano. Fu relatore al Sinodo della famiglia del 1980, partecipò al primo incontro della Commissione di Dialogo tra Cattolici e Ortodossi, e poi nel 1981 fu nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

 

Ratzinger isse subito che voleva mettersi in ascolto dei vescovi e dei teologi, stabilì un metodo di lavoro collegiale all’interno del dicastero, non mancò allo stesso tempo di mettere in luce, in Rapporto sulla Fede, la difficile situazione della Chiesa, in cui lamentava che alcuni teologi avevano perso fiducia nelle proposte della Tradizione e adottavano piuttosto l’analisi marxista del mondo e della storia.

 

Sono tutti grandi temi che si ritrovano poi nelle sue scelte di pontificato, con una straordinaria coerenza. Tutti questi grandi temi, però, vanno ricondotti sempre alla questione principale, che è quella sulla fede.

 

Il pensiero di Benedetto XVI durante il suo pontificato

 

Già Papa, Benedetto XVI si dedicò alla stesura di un grande lavoro su Gesù di Nazaret. Benedetto XVI voleva guardare alla figura del Gesù storico partendo dai Vangeli, distaccandosi dagli eccessi del metodo storico-critico che tendeva a non dare veridicità storica a quanto scritto nelle Scritture.

 

Il capitolo sulla Resurrezione del secondo volume è stato forse quello più difficile per Benedetto XVI, perché la Resurrezione è la chiave per comprendere tutta la rivelazione e rappresenta il senso di essere cristiani. Ma si può percorrere a ritroso la vita di Benedetto XVI proprio leggendone i libri, in una biografia che si incrocia con la bibliografia.

 

In effetti, Benedetto XVI aveva probabilmente progettato di scrivere un libro su Gesù sin dai primi tempi da teologo all’Università. Come detto, Ratzinger vi era arrivato dopo una esperienza pastorale come viceparroco nella Chiesa del Preziosissimo Sangue. E lì, ascoltando le confessioni dei fedeli, comprese un fatto: non ci si trovava più di fronte ad una Chiesa di pagani diventati cristiani, ma di una Chiesa di cristiani che si chiamano ancora cristiani eppure sono pagani. E da lì allargò l’orizzonte, e guardò a tutta l’Europa, alla storia dell’Europa che da quattrocento anni ha perso la sua identità. Ne scrive un saggio, “I nuovi pagani e la Chiesa”. Ma quell’intuizione non lo abbandonerà più. Diventerà un tema portante del suo pensiero.

 

Nel 1992 scriverà “Una svolta per l’Europa” che poi sfocerà in un libro scritto a quattro mani con l’allora presidente del Senato Marcello Pera nel 2004.

 

I volumi dell’Opera Omnia di Ratzinger sono sedici, e se ne è cominciata a curare la pubblicazione quando lui era ancora Papa. È significativo che il primo volume dell’Opera Omnia ad essere pubblicato sia stato “Teologia della Liturgia”, ovvero l’undicesimo della serie. Una scelta dello stesso Benedetto XVI, il quale ha scritto nell’introduzione che “la liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita”.

Tanto che a partire da qui si può comprendere la rivoluzione tranquilla di Benedetto XVI che non riguarda solo la Curia, ma anche il modo di pregare. Così, a piccoli passi, Benedetto XVI aveva avviato delle piccole riforme “liturgiche”, senza scossoni: prima ha chiesto che il crocifisso fosse posizionato al centro dell’altare, poi ha disposto che quanti prendevano la comunione dalle sue mani l’avrebbero dovuta prendere in ginocchio, poi ha liberalizzato la celebrazione secondo il rito antico, un provvedimento controverso all’interno della Chiesa, ma che si inserisce in un disegno di unire l’intera comunità cristiana.

Secondo volume dell’Opera Omnia ad essere pubblicato fu “Il Popolo di Dio in Sant’Agostino”, il primo volume della serie, che non è altro che la tesi di dottorato che Ratzinger portò a termine nel 1950.

Cosa è il Popolo di Dio? È un popolo eucaristico. La Chiesa – scriveva Ratzinger – “si costituisce sempre intorno all’altare”. Ed è l’idea che ha guidato tutto il pontificato. Presentando il volume nel 2011, il curatore dell’Opera Omnia, oggi cardinale Gehrard Ludwig Müller ma allora arcivescovo di Ratisbona – ha sottolineato che, alla luce di questo, le “numerose interpretazioni” che sono state fatte del Pontificato sono nella maggior parte fallite. Soprattutto quelle che hanno riguardato l’interpretazione della parola demondanizzazione (nell’originale tedesco Entweltlichung). Benedetto XVI la utilizzò durante il suo viaggio in Germania nel 2011. In un discorso a Friburgo, Benedetto XVI sottolineò che “per compiere la sua missione, essa [la Chiesa] dovrà anche continuamente prendere le distanze dal suo ambiente, dovrà, per così dire, essere distaccata dal mondo (ent-weltlichen)”

Mueller sottolineò che in realtà tutto andava interpretato alla luce della ecclesiologia basata sull’Agostino tanto amato da Ratzinger, per il quale essere “attorno all’altare” non significa chiudersi di fronte al mondo, alla collaborazione con gli stati, all’uso dei beni per la carità. Non è uno “spiritualismo” che allontana il Popolo di Dio dalla realtà. Al contrario, permette al credente di essere nel mondo, ma non del mondo. È così che il credente porta la “nuova forza della fede nell’unità degli uomini nel Corpo di Cristo, come un elemento di trasformazione che Dio stesso porterà a compimento quando questa storia sarà ormai giunta al suo traguardo”.

Demondanizzare è trasformare e unire, e per farlo la Chiesa ha un mezzo che ha radici antichissime: il diritto canonico, l’unico diritto realmente globale e universale del mondo, sul quale Benedetto XVI ha incardinato una parte della sua rivoluzione tranquilla. Antonio Rosmini sosteneva che “la persona umana è l’essenza del diritto”, e Benedetto XVI fece sue queste parole in occasione del venticinquesimo anniversario della promulgazione del codice di diritto canonico. E poi continuò: “Lo Ius Ecclesiae non è solo un insieme di norme prodotte dal Legislatore ecclesiale. È in primo luogo la dichiarazione autorevole dei doveri e dei diritti che si fondano nei sacramenti e che sono quindi nati dall’istituzione di Cristo stesso”.

Ma per comprendere le linee guida del pontificato di Benedetto XVI serve anche guardare anche un po’ avanti, a quel terzo volume del Gesù di Nazaret. Grande attenzione dovrebbe essere prestata alla nascita di Gesù. Come la Resurrezione è il compimento della storia, la nascita ne rappresenta l’inizio. In “Immagini di speranza. Le feste cristiane in compagnia del Papa”, Joseph Ratzinger si chiede chi riconobbe Gesù. E trova la risposta nel Vangelo di Matteo: a non riconoscere fu Erode e “tutta Gerusalemme con lui”, ovvero i dotti, gli specialisti dell’interpretazione. “E la nostra posizione qual è? – si chiede Ratzinger- Siamo tanto lontani dalla stalla appunto perché siamo troppo raffinati e intelligenti per questo? Non ci perdiamo anche noi in una dotta esegesi biblica, nei tentativi di dimostrare l’inautenticità o l’autenticità storica di un certo passo, al punto da divenire ciechi nei confronti del Bambino e non percepire più nulla di lui? Non viviamo anche noi troppo in ‘Gerusalemme’, nel palazzo, racchiusi in noi, nella nostra autonomia, nella nostra paura di persecuzione, sì da non riuscire più a percepire di notte la voce degli angeli, unirci ad essa e adorare?”

L’Anno della Fede

Culmine del pontificato è stato l’Anno della Fede, indetto con il motu proprio Porta Fidei, che faceva ipotizzare anche che Benedetto XVI pensasse ad una professione del Credo del Popolo di Dio. Sulle orme del suo predecessore Paolo VI, che aveva promulgato un anno della Fede nel 1968 in occasione del millenovecentesimo anniversario del martirio di Pietro e Paolo. Erano anni turbolenti per la Chiesa, di forti discussioni post-conciliari. In Olanda i vescovi avevano benedetto un nuovo catechismo, mirato – scrisse la commissione cardinalizia istituita da Paolo VI per esaminare quel catechismo – “a sostituire all’interno della Chiesa un’ortodossia a un’altra, un’ortodossia moderna all’ortodossia tradizionale”.

Benedetto XVI aveva fatto del Credo un punto centrale dell’Anno della Fede. In Porta Fidei aveva ricordato come i cristiani dell’antichità lo imparavano a memoria e lo trasmettevano oralmente. E aveva poi chiesto che “le comunità religiose come quelle parrocchiali, e tutte le realtà ecclesiali antiche e nuove, troveranno il modo, in questo Anno, per rendere pubblica professione del Credo”.

 

L’Anno della Fede può dunque essere considerato l’apice del Pontificato di Benedetto XVI, che aveva scelto come programma del pontificato di fare la volontà di Dio. Un programma portato avanti con costanza. Alcuni discorsi del pontificato erano particolarmente indicativi.

 

I discorsi al mondo della cultura e della politica (Regensburg 2006, College de Bernardins 2008, Westiminster Hall 2010, Bundestag 2011) miravano da una parte a sottolineare la ragionevolezza della fede, il suo fondamento scientifico, l’assolutismo di chi non vuole che la teologia sia materia di studio scientifica, dall’altra a far comprendere come il ruolo della religione nella società sia tutt’altro che marginale.

 

Ma ogni passaggio delle sue omelie, centrate sulle scritture, fino ad arrivare al Gesù di Nazaret hanno raccontato della richiesta di ritornare a Dio, di ripartire dalla fede, e di scoprire la reale identità cristiana. Sono i cristiani stessi che si sono allontanati dal cristianesimo, e il nemico della Chiesa – sottolineò a Fatima – viene proprio da dentro.

Durante il viaggio a Fatima nel 2010, il programma di Benedetto XVI fu esplicitato: il Papa mise la Chiesa in penitenza, cominciando un lavoro di purificazione in anno marchiato dall’orrore delle accuse degli abusi del clero.

Questa purificazione che passa anche attraverso la giusta interpretazione di quello che è stato il Concilio. Già nel 2005, al suo primo anno da Papa, nel discorso di auguri alla Curia Romana, il Papa affrontò il problema dell’interpretazione del Concilio, e sottolineò la sua preferenza per l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità.

E a un’errata interpretazione del Concilio si riferì nella lettera ai Cattolici irlandesi del 19 marzo 2010, cercando di andare alla radice della cause dello scandalo della pedofilia, e della copertura di tanti sacerdoti. “C’è stata – aveva scritto – una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari”.

Riprendere in mano la Chiesa, per Benedetto XVI, significava riprendere anche il discorso del Concilio e portarlo a compimento. Non è un caso che l’anno della Fede fosse cominciato proprio l’11 ottobre 2012, a cinquant’anni esatti dall’inizio dell’assise vaticana.

 

Il professor Ratzinger

 

La vita di Benedetto XVI, in fondo, ha avuto un moto circolare. Nato di Sabato Santo, morto nell’ultimo sabato dell’anno, chiamato ad essere professore, ritornato professore nel primo grande discorso dopo l’annuncio della rinuncia: quello al clero di Roma del 13 febbraio 2013.

 

Un discorso lucido, tenuto a braccio, in cui Benedetto XVI denunciò che c’erano stati due Concili: il Concilio dei Padri e il Concilio dei media, e i fedeli avevano avuto solo l’immagine del Concilio dei media, che ha svuotato il concilio di contenuto, che ne ha usato le parole chiave per far pensare che il sacro è profano, che il sacerdote non conta, che i laici devono prendere democraticamente il potere. Benedetto XVI notava che ha vinto, sui media, la visione politica di Chiesa, la versione virtuale del Concilio. Ma ora la versione reale si sta facendo largo, anche se con difficoltà. Ci vuole forza, tenacia, e anche capacità di rinnovamento. La forza che Benedetto XVI ha sentito di non avere, tanto da rinunciare al ministero petrino.

 

Una rinuncia, in fondo, che rappresenta un profondo atto di fede e di abbandono a Dio. Una rinuncia fatta con la coerenza di chi non chiede potere, né lo vuole, ma esercita tutto secondo la volontà di Dio. In fondo, è un percorso coerente, quello di Benedetto XVI. Da professore, non volle mai formare una scuola teologica. Ma intorno a lui si creò un circolo di studenti, il Ratzinger Schülerkreis, che lo ha incontrato ogni anno, d’estate, e lo ha seguito in ogni suo spostamento, da Monaco a Roma fino agli anni da Papa emerito. Ora quel circolo è diventato il Nuovo Schuelerkreis, si è arricchito di studenti che non sono stati allievi di Ratzinger, ma ne studiano e apprezzano il pensiero.

 

E così, il Maestro ha creato una famiglia, una sorta di cenacolo teologico. L’esempio è quello di Gesù, che insegnava ai discepoli, ma che, come dice il Vangelo, non li aveva chiamati servi, ma amici. Ci vuole fede per vivere davvero nella fede. E per Benedetto XVI la fede era la chiave di tutto.

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