Ci pensavo l’altro giorno: la Messa della Domenica delle Palme è quanto di più evocativo della realtà odierna che possa esistere. Perché comincia con gli Osanna, con la riproduzione dell’accoglienza che Gesù ha quando arriva a Gerusalemme, e raggiunge il suo culmine alla lettura del Vangelo, che è poi il Vangelo del Passio. Perché, in un incredibile mutamento degli umori della folla, si passa in pochi giorni dagli “Osanna” al “Crocifiggilo”, e Gesù, prima, è il grande profeta e poi è qualcuno a cui preferire Barabba.
Tutto questo, però, racconta molto bene ciò che succede nei media, nell’opinione pubblica e, semplicemente, negli umori della gente. È qualcosa di profondamente umano e al tempo stesso profondamente preoccupante. Perché i media, alla fine, enfatizzano questa tendenza.
Non è tema di oggi e non dipende solo dalla polarizzazione (che c’è, non mi fraintendete) o dal fatto che si scrive per un pubblico sempre più distratto e sempre più affamato di opinioni forti (anche questo è vero, sebbene andrebbe fatta una disamina più ampia della questione). Ma è un tema che deve interrogarci oggi più che mai, e soprattutto i cattolici che sono nel giornalismo.
Perché soprattutto i cattolici? Perché il cattolico, per formazione, è chiamato a superare questa logica che va inevitabilmente dall’Osanna al Crocifiggilo, senza soluzione di continuità. Guardando all’esperienza del Vangelo, il cattolico deve trovare in sé gli antidoti per superare questa sofferenza, aiutando l’umanità a costruire quella “civiltà dell’amore” che è poi parte la grande utopia del cristianesimo.
In che modo, allora, i cattolici che fanno i giornalisti possono superare l’ostacolo della polarizzazione? Un piccolo decalogo.
1. Non osannare mai, non crocifiggere mai. Si deve essere misuratii nei commenti, cercando sempre di capire le ragioni dell’altro.
2. Prendere posizione non significa schierarsi emotivamente. Significa avere un punto di vista. Si deve accettare che quello sia solo un punto di vista, non il punto di vista.
3. L’obiettivo non deve essere la notizia, ma l’equilibrio nel raccontarla. Se la notizia non è equilibrata, rischia di non essere vera al cento per cento.
4. La verità è l’utopia, ma la verità è che non si può essere al cento per cento oggettivi. Va accettato e dichiarato, perché solo così si può cominciare un dialogo vero.
5. Il pregiudizio è bandito. A tutto ci si deve approcciare con umiltà epistemologica.
6. Non si devono accettare le ingiustizie, ma non si deve essere colui che scaglia la prima pietra.
7. Accettare le polemiche e gli attacchi degli altri giornalisti: hanno diritto a pensarla diversamente e anche a pensar male di voi, anche quando questo non è vero
8. Commentare in maniera moderata, senza esaltare nessuno. Se c’è qualcosa che vi piace o che apprezzate, si capirà comunque
9. Raccontare sempre, spiegare di più.
10. Ricordare che il lettore non è stupido: lo sente se una bocciatura o una buona opinione sono frutto di pregiudizio.
L’ideale, alla fine, sarebbe quello di una società normale, senza l’isteria degli osanna e del crocifiggilo, con persone consapevoli in grado di comprendere le grandi sfide. È quello a cui si deve puntare. Non è più questione (solo) di giornalismo. È questione di educazione.
Ci vuole, alla fine, un’educazione ad abitare i media, prima che un’educazione a scrivere e raccontare. Ci vuole una formazione alla verità, ma anche una formazione umana che permetta di comprendere questa verità al di là di ogni prova ostinata e contraria. Ci vuole, in fondo, una nuova generazione di cattolici giornalisti.
C’è proprio da dirlo, mentre si avvicina Pasqua: c’è bisogno di far risorgere il giornalismo secondo la prospettiva cattolica, per contribuire a costruire una nuova civiltà.
Buona Pasqua!
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