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lunedì 2 marzo 2026

Che cosa è la verità?

Lo scorso 26 febbraio, mi è stato chiesto di intervenire alla “Scuola della Parola” della parrocchia di San Pio X, sulla Balduina, sul tema della verità. È un tema sfidante, specialmente per chi fa la mia professione e per come questa verità deve essere condivisa.

Avevo preso una linea di appunti che ho seguito in generale e che mi fa piacere condividere qui. Non ho letto esattamente quello che è scritto qui, ma ho parlato lasciandomi un po’ prendere dal coinvolgimento dei presenti e da ciò che succedeva intorno a me. Nel testo preparato ci sono molti temi che ho sviluppato in questi anni, come “I santi giornalisti” (https://www.acistampa.com/tag/santi-giornalisti). Per integrare questo appunto, aggiungo alcuni dei temi che ho sviluppato a braccio.


 

1.     Nel Vangelo è scritto che “la verità ci farà liberi”. Mi sono chiesto se è vero che questa verità possa davvero rendere liberi, tanto più che nella mia professione a volte dire la verità porta all’opposto della libertà. Ma esiste una libertà solamente se riusciamo a comprenderla in termini diversi. È la libertà di chi crede, di chi guarda a Cristo e sa che questa è la verità ultima. Si è liberi perché si ha la certezza della Resurrezione. Si è liberi perché si cerca di vivere senza compromessi sapendo che niente è finito con la morte.

2.     Il giornalista – è un tema che ho sviluppato spesso in questo blog – non può essere oggettivo. Parte da un punto di vista. La verità per un giornalista è soprattutto equilibrio, è mettere in contesto. Il punto di riferimento è quello che scriveva il Cardinale Carlo Maria Martini ne “Il Lembo del Mantello”( https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/c-m-martini/cm-lettere-pastorali/il-lembo-del-mantello-1991-92-15080.html):  il giornalista deve essere prima di tutto un mediatore tra la realtà che osserva e le persone. Deve permettere alle persone di comprendere, approfondire, farsi una idea.

3.     In ambito cattolico, questa mediazione parte da un passo indietro necessario, e riguarda la storia. Tutto ha un senso nelle questioni religiose, e tutto è linguaggio. Il linguaggio della liturgia è performativo, fa cose con le parole, e la liturgia è un linguaggio antico, profondo, che ha un senso, e il cui senso dimostra che niente nasce dal nulla. Io me ne sono occupato a lungo nella mia serie sui linguaggi pontifici (https://www.acistampa.com/tag/linguaggi-pontifici) che è poi scaturita in un trittico di libri con monsignor Stefano Sanchirico (https://www.editorialeromani.it/?s=gagliarducci&post_type=product).

4.     Il linguaggio è un qualcosa di vincolante, perché, come diceva Roland Barthes nella sua Lecçon, “il linguaggio è fascista”, mi costringe in alcuni binari (qui il testo completo di Barthes: https://archive.org/details/lecon0000rola). Ma è proprio la comprensione di questo linguaggio che mi permette di avvicinarmi alla verità. La verità è una sottrazione dell’io, un mettersi da parte per lasciare parlare la verità. La verità non si possiede.

5.     Come cristiani, crediamo che Dio sia “Via, Verità e Vita”. Per questo la verità non si può conoscere se non in comunità. Siamo Chiesa, nel senso di comunità. La verità prima è l’incontro con Cristo, che si ripete in ogni Eucarestia. Ma perché ci sia Eucaristia, ci deve essere presenza, ci deve essere un sacerdote che consacra e un popolo che partecipa. La verità si conosce solo quando la narrazione non si può sovrapporre alla comunità, quando la concretezza resta concretezza, senza possibilità di travisamento. Il cattolicesimo è il più grande antidoto alle narrazioni, perché è vero che si basa su una grande narrazione (nei “Cinque Scritti Morali”, Umberto Eco, non credente, diceva che comunque valeva sempre la pena credere in una fede che era arrivata a pensare a un Dio che si fa Uomo e Carne), ma è anche vero che questa narrazione non si può reggere senza una concreta comunità di fedeli, e che dunque ha bisogno di un incontro primigenio.   

6.     Se la verità è sottrazione di sé, e la verità non si può possedere, allora l’unico modo di avvicinarsi alla verità è l’amore. Io direi addirittura la cura. La cura per l’altro, che non va manipolato, ma va accompagnato e condiviso (e ho fatto l’esempio di “Frozen”, dove il controllo del regno di ghiaccio avviene solo se si ama).

 

Fatte queste integrazioni, vi lascio i miei appunti generali sull’incontro del 26 febbraio.

 

La verità, un filo conduttore

 

Quid est veritas? (Gv 18, 38) La frase di Ponzio Pilato riecheggia come un monito. “Che cos’è la verità?” Chi vi parla ha letto per anni il Passio la sera del Venerdì Santo, e ogni volta, nel momento in cui Pilato arrivava con quella domanda, ha sentito un brivido correre sulla sua schiena. È una domanda che resta sospesa, e lo resta perché Pilato non sa dare risposta. Pilato resta sospeso, perché non conosce Dio, non conosce la vita eterna, e non conosce così l’uomo nella sua pienezza. Pilato resta sospeso perché non sa decidere, e non sa decidere perché non sa guardare a Dio.

 

Sono un giornalista, e lo sono probabilmente per vocazione e, soprattutto, per vanità. Perché un giornalista è prima di tutto vanità, la vanità di raccontare, la vanità di essere protagonista, la vanità di comprendere laddove le persone non riescono ad arrivare. Sono un giornalista, però, e il tema della verità è qualcosa che mi affascina, mi perplime, mi colpisce ogni giorno.

 

Sono un giornalista cattolico, o meglio un cattolico che fa il giornalista. Cattolico significa non che io viva secondo tutti i precetti della fede, perché sono un peccatore e probabilmente sono molto lontano da Dio, ma perché credo davvero che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo e che questa comunità che si riunisce intorno all’Eucarestia sta vivendo qualcosa che ci lega fino alla fine dei tempi.

 

Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”

(Gv 14,6). Se si è cattolici, non si può che partire da qui, riconoscendo in questo la profondità di tutta la nostra fede.

 

San Paolo scrive, nella lettera agli Efesini: “Se pur l'avete udito ed in lui siete stati ammaestrati secondo la verità che è in Gesù” (Ef 4,21). Ed è una frase carica di profondità, perché ci dice che quello con Gesù non è solo un incontro. Gesù è la verità con la quale ci confrontiamo.

 

Essere giornalista cattolico significa che la verità non ha solo una funzione narrativa. Si legge nella prima lettera di Giovanni: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità”. (1 Gv 3, 18). Ed è probabilmente questo l’amore più grande per un giornalista, quello di amare coi fatti e con la verità. s

 

Per questo, essere giornalista non significa semplicemente raccontare una storia. Significa, piuttosto, cercare quel senso escatologico ad ogni cosa, quel filo rosso che lega ogni evento, e che permette di guardare le cose dall’altro e di comprenderle nell’interezza. Cercare la verità significa cercare Dio. E, in effetti, questo facevano i monaci nel Medioevo: cercavano Dio.  

 

Ne parlò Benedetto XVI in una straordinaria lezione al College des Bernardins (qui il testo integrale: https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2008/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20080912_parigi-cultura.html), durante il suo viaggio in Francia nel 2008. Un discorso straordinario, che si dovrebbe rileggere ogni giorno, dove il Papa metteva in luce come, sostanzialmente, tutta la civiltà occidentale nasceva da questa ricerca di Dio, da questo quaerere Deum dei monaci. Benedetto XVI sembrava dirci che per essere costruttori di civiltà – e non meri costruttori di città, come fu Caino dopo aver ucciso il fratello Abele – dovevamo trovare il monaco che era in noi. Ovvero, saper fare silenzio, saperci guardare dentro, e cercare dentro di noi quella scintilla divina che ci rende cercatori di verità.

 

Ho frequentato molto il pensiero di Benedetto XVI, perché il mio essere vaticanista si è definito durante il suo pontificato. E, man mano che mi addentravo nella sua teologia, cercando di capirlo, di interpretarlo, di capire quello che voleva fare della Chiesa, mi avventuravo anche nella nozione di verità, centrale nella sua teologia e nel suo modo di vedere le cose.

 

Alfred Läpple, uno dei discepoli di Benedetto XVI, aveva sottolineato che questi aveva sempre sospettato l’idea di verità come qualcosa da possedere, come qualcosa di definito. Lo stesso Benedetto XVI, in uno dei suoi libri su Gesù, guarda alla verità dal punto di vista della lingua ebraica. La lingua ebraica, in effetti, non utilizza il verbo “avere”, perché non concepisce il possesso. La lingua ebraica utilizza la formula dativa, “questo è a me”, e quindi non si dice di avere la verità, ma si dice che “la verità è a qualcuno”.

 

Per Benedetto XVI, questo dimostrava come la verità fosse qualcosa che non si potesse controllare, né manipolare. La verità veniva da Dio e all’uomo doveva venire, che non poteva fare altro che accoglierla. Ci vuole mente aperta e amore per Dio per poter accogliere la verità.

 

Nel 2012, durante un Angelus tenuto a Castel Gandolfo (qui il testo integrale: https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120829.html), Benedetto XVI affrontò il tema della verità partendo dalla storia di Giovanni Battista, il cui ultimo atto “testimonia con il sangue la sua fedeltà ai comandamenti di Dio, senza cedere o indietreggiare, compiendo fino in fondo la sua missione”. San Giovanni Battista “per amore della verità non scese a compromessi con i potenti e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio”, ma questo perché “traeva la sua forza dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore della sua esistenza”.

 

Celebrare il martirio di San Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola. Alla Verità. La Verità è Verità e non ci sono compromessi”, disse Benedetto XVI. E aggiunse che “la vita cristiana esige, per così dire, il “martirio” della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Lui, Cristo, ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni”.

 

Sono parole che interrogano chi, come me, fa il mestiere di riportare e, nel farlo, in molti casi, deve ingoiare pregiudizi e idee per comprendere e riportare l’altro punto di vista e mantenere un’onestà con il lettore, che è l’unico modo di essere davvero.

 

Ancora San Paolo, nella lettera agli Efesini, sottolineava: State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno” (Ef 6,14 – 16). E io lo leggo come una spettacolare invocazione per chi fa il mio mestiere, perché, nel mezzo delle tante narrazioni, siamo chiamati proprio a cingere i nostri fianchi con la verità. Non è facile.

 

Spesso ho usato il concetto di “umiltà epistemologica” per descrivere il lavoro ideale di un giornalista. Per umiltà epistemologica intendo proprio l’approccio di apertura totale che ti porta ad interrogarti di qualcosa prima di riportarlo, anche se hai una visione del mondo molto precisa. Prima di scrivere, si deve pensare, si deve porre in dubbio, si deve mettersi in discussione.

 

Mi potete dire che questo approccio non ha a che fare con la verità, anzi, la relativizza. Il punto è che la verità viene relativizzata solo se l’umiltà epistemologica non si conclude nella mera capacità di discernimento. La verità, per un giornalista, è equilibrio. È il problema che si ha con la vita. Il problema della vita non è comprendere le cose, ma trovare un equilibrio tra esse.

 

Allora, mi chiedete, come si può trasferire la verità della fede nella comunicazione? E, soprattutto, è lecito trasferire la verità della fede nella vocazione di comunicare?

 

Sono domande legittime. Ma anche noi giornalisti abbiamo i nostri martiri, i nostri testimoni, gli esempi che ci dicono che fare un servizio – e non essere un “quarto potere” come si dice in genere – è possibile anche cercando la verità. Tutto, in fondo, riguarda il nostro punto di partenza. Quando il punto di partenza è chiaro e la prospettiva è chiara, il patto con chi legge, ascolta o guarda è forte.

 

Ci sono, in fondo, santi giornalisti.

 

Il primo è San Francesco di Sales. San Francesco di Sales è patrono dei giornalisti perché, da vescovo di Ginevra, avviò uno straordinario progetto di evangelizzazione, inviando foglietti con risposte semplici alle domande di fede, distribuiti casa per casa. In pratica, era una sorta di free press ante litteram.

 

San Francesco di Sales poteva essere credibile nel suo lavoro di formazione e informazione perché aveva una formazione teologica profonda, ma soprattutto una grande vita spirituale. Aveva la dimensione della profondità, la capacità di andare a fondo, come testimoniano le varie lettere ricordate da Papa Francesco nella lettera apostolica Totum Amoris Est (qui il testo integrale: https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20221228-totum-amoris-est.html). Perché, per San Francesco di Sales, il criterio ultimo era l’amore.

 

E l’amore è il criterio guida dei santi giornalisti. Lo è per San Massimiliano Kolbe, martire per aver donato la vita ad Auschwitz, che usava tutti gli strumenti di comunicazione per evangelizzare. San Massimiliano Kolbe è, infatti, patrono dei radioamatori, ma anche fondatore di una rivista, “I Cavalieri dell’Immacolata”, diffusa anche in Giappone – dove, tra l’altro, il convento da lui fondato a Nagasaki fu tra le pochissime cose a resistere alla bomba atomica – e incessante evangelizzatore attraverso i media (https://www.acistampa.com/story/14277/nagasaki-90-anni-fa-esce-il-primo-numero-de-il-cavaliere-dellimmacolata-in-giapponese-14277).

 

Nel suo ultimo editoriale, nel dicembre 1940, Padre Kolbe scriveva: “Nessuno può cambiare la verità. Lo sappiamo bene, tuttavia nella vita concreta ci si comporta talvolta come se in uno stesso problema il no e il sì potessero essere entrambi la verità”.

 

E la verità, aggiungeva, “è potente. Se qualcuno volesse smentire o affermasse che né io ho scritto, né tu hai letto, la verità non ci cambierebbe, e colui che negasse si sbaglierebbe. Anche se tali negatori fossero numerosi, la forza della verità non ne soffrirebbe affatto”.

 

“Neppure Dio – sottolineava padre Kolbe – cancella né può cancellare la verità con un miracolo, poiché Egli è proprio la verità per essenza. Quanto è grande la potenza della verità! Una potenza veramente infinita, divina!”

 

Era pieno di amore Tito Brandsma, il geniale carmelitano olandese che era assistente della stampa cattolica negli anni della Seconda Guerra Mondiale in Olanda, fu messo sotto osservazione dai nazisti. Tito Brandsma era mosso dalla forza della verità. Entrato a Dachau nel 1941, già nella lista di chi sarebbe dovuto morire, ha un confronto con il sergente giudiziale Hardegen, che gli propone di andare agli arresti domiciliari in un convento carmelitano.

 

Al rifiuto di Brandsma, Hardegan gli chiede di scrivere un saggio per spiegare perché i cattolici olandesi si opponevano al nazionalsocialismo, e Brandsma lo fa, con argomentazioni suggestive. Non aveva possibilità di consultare riferimenti bibliografici, ma aveva ben saldi nella memoria gli articoli già scritti, compreso uno in un libro sulla situazione degli ebrei in Germania. Il suo articolo si chiamava “L’inganno della debolezza”, e contrapponeva alla legge del dominio l’amore e l’umiltà, che nascono nel mondo giudeocristiano e degradano il superuomo del regime nazista.

 

Manuel Lozano Garrido, giornalista, malato di una malattia degenerativa che lo portò alla morte, ha visto un suo articolo, “Preghiera di una mano forata”, diventare un ufficio delle letture.

 

A lui, che tutti conoscevano Lolo, si deve anche il decalogo del giornalista: dieci comandamenti tutti da leggere, per comprendere come la fede possa permeare la professione del giornalista.

 

A partire dal primo: "Ringrazia l’angelo che sulla tua fronte segnò la stella della Verità e che la fa brillare ogni momento”. E poi: ogni giorno partorirai il tuo messaggio con dolore, perché la verità è una brace che si toglie dal cielo e brucia il nostro cuore per illuminare. Tu fai in modo di portarla dolcemente fino ai cuori dei tuoi fratelli.

 

E ancora: “Tu, quando scriverai, lo dovrai fare in ginocchio per amare; seduto per giudicare, in piedi e con forza per combattere e seminare”; “Apri con stupore gli occhi a ciò che vedrai, e lascia le tue mani riempirsi della freschezza della linfa, in modo che gli altri, quando ti leggeranno, toccheranno con mano il miracolo palpitante della vita;” “Il buon pellegrino della parola pagherà con la moneta della franchezza nella porta aperta della locanda che è ogni cuore”; “Lavora il pane dell’informazione pulita con  il sale del buon stile e il lievito dell’eterno. Poi offrilo affettato per avvivare l’interesse, ma non togliere a ciascuno la gioia di assaporare, giudicare ed assimilare”; “Albero di Dio, chiedi di diventare un rovere duro ed impenetrabile all’ascia della lusinga e della corruzione, ma con la tua fronte nel fogliame al momento della raccolta”; “Se chiamano fallimento il tuo silenzio perché la luce manca all’appello, accetta e taci. Guai al povero idolo con i piedi fatti di fango della bugia. Ma attento anche alla vanagloria del martire quando le parole non si fanno sentire a causa della codardia”; “Taglia la mano che vuole imbrattare, perché le macchie nei cervelli sono come quelle ferite che non guariscono mai”; “Ricorda che non sei nato per la stampa a colori (gialla, nera, rossa..). Né confetteria, né piatti forti. Meglio servire il buon boccone della vita pulita e speranzosa, così com’è”.

 

Sono quattro esempi che raccontano quanto, in fondo, l’essere cattolico non è sconnesso dalla vita. Se Gesù è “Via, Verità e Vita”, allora tutto questo non può concretizzarsi in un impegno. Se la Chiesa è comunità, allora questo impegno non può che essere per la comunità. Se la verità è dono, allora non si può non cercarla.

 

In fondo, “non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”. (Luca 12,2)

 

Quello che sto dicendo qui è che si deve cercare la verità dell’uomo in ogni cosa. Il grande compito che abbiamo nella vita è guardare le cose dall’alto, per comprendere dove stiamo andando. Noi giornalisti viviamo nell’arte del contingente, la nostra storia è il presente, e tutto sembra iniziare e fermarsi nelle pieghe di un articolo di giornale, di un pezzo televisivo, di un reel su internet. Ma è proprio quello il punto. Cercare la verità significa non fermare tutto al qui ed ora. Anche la verità ha qualcosa di eterno. La verità, alla fine, è cattolica.

 

E mentre scrivo tutto questo, mi viene da pensare a come la verità sia stata interpretata nella Bibbia. Nell’Antico Testamento, viene usato l’ebraico ‘emeth’, e a volte ‘emunah’‘emeth’, tra l’altro, è la radice di “Amen”. Sono termini che significano varie cose: fidatezza, affidabilità, sicurezza, stabilità, durevolezza, durata, permanenza, fedeltà, fede, fiducia.

 

Il Nuovo Testamento è una versione dal greco, e in greco la verità si dice aletheia, ovvero “non nascosta”. Nel Nuovo Testamento, questo arriva ad avere il significato di “ri-velazione” o “svelamento” – e infatti l’Apocalisse di San Giovanni, nella versione inglese, si chiama “Book of Revelation”.

 

La cosa è interessante è che il termine semitico insiste sull’ascolto, sulla voce che diventa parola e sulla parola che diventa comandamento o promessa, e sulla promessa che quando si compie diventa prassi, perché è vera. “Io sono colui che sono”, dice Dio a Mosè. Per il mondo ebraico, la verità è soprattutto essere fedeli all’alleanza.

 

In greco, invece, l’accento è posto sull’osservazione visiva. La verità è una “teoria”, nel senso che è un’astrazione mentale, una sistemazione di concetti, un processo di rivelazione, storico-narrativo di eventi e parole importanti di cui si è stati, personalmente e indirettamente, testimoni oculari.

 

Tra l’una (il Vecchio Testamento) e l’altra (il Nuovo Testamento) è successo un fatto: c’è stato Gesù Cristo, Dio è entrato nella storia, e dunque la promessa è stata mantenuta. Non c’è più solo un riferimento verbale, una prassi e una fedeltà, ma una verità visibile e concreta, che si può raccontare. Dio porta la pienezza della verità.

 

Non è un caso che Benedetto XVI, già da Papa, abbia voluto dedicare uno studio teologico di Gesù di Nazaret, per riscoprirne la verità storica a partire dai Vangeli. Perché – ed è quello che succede nella vita – il troppo ragionare, il troppo astrarre, ha portato gli studiosi a prendere le distanze del Gesù dei Vangeli, quasi come se fosse staccato dal Gesù storico. Ma i Vangeli hanno un valore storico, raccontano una vita concreta e vera, sono testimonianza, e non possono essere messi da parte.

 

Verità significa, in fondo, trovare un equilibrio tra ciò che si è visto e ciò che si è promesso. Tra ciò che si spera di vedere e ciò che invece è davvero stato. Tra le proprie aspettative, le proprie astrazioni, le proprie teorie e i fatti concreti, che non possono essere messe da parte, né ignorati. La fede non può basarsi su un’astrazione, e non lo può essere l’interpretazione dei fatti. Si deve partire dal dato concreto.

 

C’è un musical, Chicago, che mi ha sempre colpito proprio per il modo in cui la verità viene manipolata. La verità è l’opinione pubblicata, che crea l’opinione pubblica, e che addirittura arriva a far scagionare una persona in un processo nonostante tutte le prove contrarie, semplicemente perché tutti si convincono che quello che viene raccontato è vero.

 

Grandi teorici della comunicazione, come Walter Lippmann e Paul Lazarsfeld, hanno raccontato l’opinione pubblica e la costruzione del consenso, sottolineando che le persone tendono a credere alle convinzioni che si sono create. Il rischio è proprio quello, per chi fa il mio mestiere: di credere in una convinzione personale, e quindi di giocare a partire da questa convinzione, senza tenere in considerazione tutto il resto. Rischiamo di essere costruttori di mondi, ma non di civiltà. Narratori, in fondo, con la sindrome dell’impostore, perché sappiamo che stiamo costruendo una realtà che forse davvero non esiste, ma lo facciamo davvero, per varie ragioni: perché decidiamo da che parte stare, perché semplicemente pensiamo sia giusto, o – come dicevo all’inizio – per semplice vanità.

 

Sembra assurdo, ma questo è l’impulso prometeico, che è presente in ogni essere umano. L’impulso, insomma, di essere al posto di Dio. Perché la Parola è performativa, la parola crea. “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”, si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni.

 

La parola fa cose nella Liturgia, la Parola crea. Ma crea solo quando è divina, non quando è umana.

Si legge nel Deuteronomio: “Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l'ha detta il Signore; l'ha detta il profeta per presunzione; di lui non devi aver paura”. (Dt 18, 21 – 22)

 

Abbiamo scoperto, seguendo la Bibbia, il passaggio dalla civiltà dell’ascolto a quella dell’immagine. Ci dovremmo chiedere oggi quale sia il passaggio che stiamo attraversando. La parola è elettronica, l’intelligenza artificiale crea mondi già conosciuti eppure sconosciuti perché nascosti in milioni di dati, e l’impulso veloce ha tolto spazio alla riflessione.

 

Si raccontava che il dono della scrittura dato agli uomini dal dio egiziano Thot avesse portato una regressione nell’umanità, perché questa aveva smesso di affidarsi alla memoria, aveva affidato tutto al supporto tecnologico. L’era delle banche dati, poi esplorate dalle intelligenze artificiali, oggi ci dà una riflessione diversa.

 

La risposta a tutto questo, in fondo, è nel Vangelo. La risposta è nell’amore per l’uomo. L’uomo concreto, fatto di carne e sangue, che parla, vive, ascolta, ci è accanto. Ed è qui che si vede la forza della Chiesa. La Chiesa è comunità, e niente può sostituire una comunità che prende l’Eucaristia. Per prendere l’Eucaristia, si deve essere presenti, andare fisicamente in un luogo dove c’è una consacrazione e guardare il volto del fratello che prega insieme a noi.

 

In fondo, è per questo che la verità sta nell’Eucarestia. Perché con la sua forza di presenza, ci costringe ad essere presenti. Perché, con il suo solo essere lì, mantiene un punto di equilibrio tra le nostre astrazioni e la verità di un Dio che si è fatto bambino, uomo, e ad ogni Messa ripete il suo sacrificio.

 

Questo senso dell’Eucarestia va trasportato nella vita di ogni giorno. Per noi giornalisti, significa guardare le persone. Conoscerle. Sentire il senso ultimo delle cose. Scandagliare l’anima ed avere il coraggio di farlo, l’umiltà di uscire dal pregiudizio, la chiarezza nel giudizio, anche quando questo è duro. La verità non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che arriva. Ma può arrivare solo se si è aperti ad accoglierla. Un po’ come la fede

 

Perché – e concludo -  “la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. (Eb 11,1).

 

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