Forse è passato inosservato il fatto che il vescovo di Trondehim Erik Varden, chiamato da Leone XIV a predicare gli esercizi spirituali di Quaresima alla Curia Romana, abbia scelto come tema conclusivo del suo personalissimo ciclo su San Bernardo di parlare del De Consideratione. Ma il De Consideratione non è un testo qualunque. Sono i consigli che Bernardo inviò a Papa Eugenio III, al secolo Bernardo Pignatelli, suo allievo e figlio spirituale, eletto Papa nel 1145.
Vale la pena andare un po’ a rivedere cosa diceva San Bernardo in quel testo. Perché, come tutte le cose di San Bernardo, e come il vescovo Varden ha spiegato bene in questi giorni di meditazione, le parole del santo di Chiaravalle restano incredibilmente attuali ancora oggi. Sono il segno, in fondo, che quando si guarda alle cose di lassù, niente invecchia davvero, ma tutto resta presente e vivo.
Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa. Chiede di “proseguire la ricerca di questo Dio che non è ancora abbastanza cercato”, ma nota che “si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione”.
In effetti, per Bernardo la considerazione va tradotta piuttosto con “contemplazione”, ed è questa la caratteristica principale del Papa, secondo il monaco.
Bernardo spiega anche perché si deve difendere il pontefice, e lo fa ispirandosi al Vangelo di Giovanni, nel passaggio in cui il Risorto appare sulle rive del lago di Tiberiade (Gv, 21). “Appena Pietro ebbe riconosciuto il Signore – scrive Bernardo - si gettò in acqua e lo raggiunse, mentre gli altri arrivarono in barca. [Questo fatto…] è un segno della singolare autorità di Pietro come pontefice […]. [Pietro] ricevette il governo di tutto il mondo, non di una sola nave come l’ebbero gli altri apostoli. Il mare infatti è il mondo, mentre le navi sono le Chiese [locali…]. Così, mentre ciascuno degli altri vescovi ha una propria nave, a te [ = al Papa] ne è stata affidata una sola, grandissima, costituita da tutte le altre, ed è la chiesa universale. diffusa su tutta la terra. (De Cons. II, VIII, 16)”.
Ma Bernardo ha anche una visione pragmatica delle cose. Nota che la mole di attività del Papa rischia di portare all’insensibilità, ad arrivare ad una cordis duritia (durezza del cuore) che non permette all’uomo di provare orrore per se stesso, e lo porta persino a perdere la salvezza.
Ma come si combatte questa situazione? Con il disprezzo degli onori e un atteggiamento di umiltà che fa percepire il pontificato non come un esercizio di dominio, ma come un servizio.
“Rifletti (…) – scrive Bernardo ad Eugenio - che sei sommo non per una compiuta perfezione, ma in virtù di un confronto, e non pensare che intenda un confronto di meriti, ma di ministeri. Sicché, il ministero petrino è sommo - quantomeno dal punto di vista dell’esercizio del potere - in quanto possiede una giurisdizione e un campo di azione non limitati (quali, ad esempio, quelli dei singoli vescovi), ma estesi alla Chiesa universale. Questa preminenza legata all’ufficio, però, non deve tradursi in un atteggiamento superbo: è, quindi, necessaria la continua considerazione di ciò che è il papa una volta privato di ciò che non possiede per natura, vale a dire il pontificato”.
Il trattato si concentra poi sulle problematiche che riguardano la persona del Papa, e anche gli interventi giuridici che richiedono l’intervento del Papa, ma che rischiano di mettere il Papa in condizioni di super-lavoro.
Per Bernardo, il Papa non è solo successore degli apostoli, ma erede del mondo intero, su cui non domina, perché è Gesù Cristo l’unico ad avere diritto di possesso. Ed è per questo che ilPapa deve convertire, ammonire gli eretici, convertire gli ambiziosi.
E poi Bernardo guarda alle questioni vicino al Papa, facendo una descrizione impietosa del clero e del popolo romano, e chiedendo che il pontefice scelga con estrema cura coloro che sono chiamati a governare con lui, evitando la “pestifera genia” degli ambiziosi, sospettando chi viene raccomandato, tenendo alla larga gli adulatori, e coloro che fingono autorità.
Bernardo sottolinea anche che l’intelligenza si fonda sulla ragione, la fede sull’autorità, l’opinione sulla sola verosimiglianza, e che le prime due attingono alla verità, mentre l’opinione cerca la verità attraverso il verosimile. Ma la fede, infatti, non può ritenere come verità assolute le incertezze dell’opinione - ne risulterebbe esitante e infiacchita - così come l’opinione non può mettere in questione le immutabili certezze della fede, per non cadere nella temerarietà di dare affermazioni categoriche.
E cosa si può desumere da tutto questo? Che Leone XIV avrà un bel daffare a scegliersi i collaboratori, a trovare persone di cui fidarsi. Che la contemplazione sarà necessaria. Che la ricerca della verità, nelle cose piccole come in quelle grandi, è fondamentale. E che le immutabili certezze della fede non possono essere messe in discussione dalle opinioni.
I Papi parlano attraverso le scelte, oltre che con parole e governo. E scegliere il vescovo Varden per ragionare anche su questi temi – ma tutte le meditazioni sono bellissime, e le trovate qui – significa anche dare una idea di quello che sarà il suo governo. Un governo prudente, probabilmente, attento alle persone prima che agli incarichi, profondamente centrato su Cristo, per quanto possibile dal compito che gli è stato affidato. “Sparire perché rimanga Cristo”, come il Papa ha detto nella sua prima Messa da pontefice alla Sistina il 9 maggio dello scorso anno.
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