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domenica 22 maggio 2022

Qualche aneddoto su don Gino Belleri, la "sala stampa parallela" che non c'è più


Qualche giorno fa, è morto don Gino Belleri. Chi non fa Vaticano da tempo, non può conoscerlo. Ma chi è riuscito a calcare le scene del vaticanismo almeno fino al 2019 lo ha conosciuto o ne ha sentito parlare. Perché don Gino era “la sala stampa parallela”, con la sua Libreria Leoniana che gestiva da decenni e che si trovava in via dei Corridori, esattamente alle spalle della Sala Stampa della Santa Sede.

Alla sua morte, ho dedicato un ricordo, un po’ istituzionale, in cui raccontavo l’importanza di don Gino per il mondo vaticano, e lo riproduco qui sotto. Ci sono, però, dei ricordi personali che vanno condivisi.


A cominciare dal modo in cui ho conosciuto don Gino. Me lo presentò Benny Lai, quando lo conobbi alle mie prime armi in Sala Stampa della Santa Sede. Anzi, credo proprio alla prima volta che entravo nella Sala Stampa della Santa Sede. Benny Lai aveva appena pubblicato “Il Mio Vaticano”, e il mio caporedattore, Gino Corigliano, che era legato a Benny da antica amicizia, mi disse che assolutamente dovevo conoscere lui. Benny mi portò il libro, non me lo firmo, ma mi fece segnare il suo indirizzo di casa, mi presentò ai portieri dicendo “Questo ragazzo è sotto la mia protezione”. Aggiunse poi due cose veloci e mi portò fuori dalla Sala Stampa.


E poi, Benny ebbe una illuminazione. “Conosci la sala stampa parallela?” “Che cosa è?” “Vieni”.

Cominciammo a camminare per via Rusticucci. Benny con passo svelto, io a fianco, senza capire cosa stesse succedendo, ma – come mio costume – senza dire niente, per capire dove si stesse andando a finire.

Ti piace questo modo di fare un po’ spiccio?” mi chiese. “Va bene”, risposi.


Mi portò in libreria. C’era don Gino che parlava con qualcuno. Mi disse: “Aspetta”. Don Gino si avvicinò a lui, con fare affettuoso. Sorrise. Benny, con la sua serietà solenne che sapeva di ironia, gli proclamò: “Questo è Andrea. Fa anche lui Vaticano. Quello che dici a lui è come se lo dici a me”.


Poi ricordo poco, qualche convenevole veloce, un saluto, e tutto finì.

Cominciai allora a frequentare ogni tanto quella mansardina ricavata nella libreria, l’ufficio di don Gino, mettendomi in fila per parlargli, a volte carpendo conversazioni, altre volte prendendo appunti sul taccuino, altre ancora mettendomi a sfogliare i libri, aspettando di poterlo salutare.


Chiedevo storie, chiedevo Storia. Mi parlava di tutto, con la voce sempre più biascicata, dando per scontato che conoscessi nomi e personaggi. Io li andavo a cercare, mi mettevo a studiare ogni volta. Mi disse, un giorno: “Devi conoscere Svidercoschi”.

Gianfranco Svidercoschi era una eggenda, come Benny Lai, e lo trovavo sui giornali. Lo chiamai, lo incontrai, diventammo amici. E fu Svidercoschi a fare il mio nome a Il Tempo, quando Il Tempo cercava un vaticanista.


Ricevetti una telefonata di domenica, da Anna Fiorino, la caporedattrice. Mi chiese un pezzo, e io chiamai don Gino come prima persona: “Devo scrivere di questo, cosa pensi che devo scrivere?” Mi diede delle piste, io le seguii parzialmente, ma le seguii. Il pezzo andò persino in prima pagina, con un titolo un po’ forzato, ma questo succede nei giornali. E così, cominciai la collaborazione.

Dal lei si era passati al tu, nel frattempo, e don Gino era diventato ormai una persona parte di una galassia di amici, un amico, con cui alla fine amavo chiacchierare non più per l’aiuto professionale ma per il tratto umano, per le storie, per le memorie.

 

Quando Benedetto XVI pubblicò nel 2010 il libro intervista “Luce nel mondo”, girarono moltissime anticipazioni, e alcune erano particolarmente ingiuste riguardo Benedetto XVI. Era qualche giorno prima della pubblicazione, le copie erano riservatissime. Chiamai don Gino, sperando che le copie fossero già arrivate in libreria per la distribuzione nei giorni successivi. Lo erano.

“Vieni verso le sei”, disse. Andai con Angela Ambrogetti, direttore di korazym. Pioveva. Don Gino ci incontrò appena all’ingresso del garage, dove andava a recuperare la macchina. Tirò fuori il libro dal cappotto. “Non vi fate vedere”, disse.


Una scena veramente da film di spionaggio. Che poi ripetemmo, ma non in toni così drammatici, in qualche altra circostanza, sempre per comprendere prima. O per anticipare libri, come quando si decise di pubblicare il secondo volume del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI con la Rizzoli. Avuto il libro, pubblicammo su korazym tutte le possibili anticipazioni, fino al momento in cui il libro ci venne consegnato ufficialmente, e dunque si entrava in regime di embargo.


Questo perché don Gino aveva simpatia per il lavoro dei giornalisti, e anche una certa irriverenza sul potere costituito. Irriverenza che non era mancanza di rispetto. Tutt’altro. Solo che don Gino era uomo libero. E, in fondo, con la sua irriverenza insegnava libertà.

Mancherà.

 

 

Da ACI Stampa

Addio a don Gino Belleri, libraio di sei Papi e vera “sala stampa parallela” vaticana

Il sacerdote è morto a 93 anni in una clinica. Ordinato da Paolo VI, confidente di Papi, prelati, monsignori. Si chiude così un’era vaticana che non tornerà più

 

 

Raccontava che durante il conclave del 1963 mise davanti la libreria una gigantografia di Montini, con la sicurezza che questi sarebbe stato eletto Papa. E così fu. Ma don Gino Belleri, che da Giovambattista Montini cardinale e arcivescovo di Milano fu ordinato sacerdote, non era solo il libraio di Paolo VI, cui lo legava un affetto e una ammirazione sconfinata. Aveva conosciuto Giovanni XXIII, in una di quelle rocambolesche storie vaticane che poteva succedere solo quando il Vaticano non era ingessato come ora. E poi, aveva avuto modo di apprezzare Albino Luciani, Giovanni Paolo I, e ovviamente il lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Fino all’arrivo di Papa Francesco, che ammonì bonariamente in uno degli incontri in cui si trovarono faccia a faccia.

Don Gino Belleri è morto il 16 maggio, in una clinica romana. Da tempo non gestiva più la libreria, e la pandemia aveva reso rare, se non impossibili, le sue sortite in Vaticano, Era rimasto vivo e vitale fino all’ultimo, continuando ad andare in motorino oltre gli 80 anni, quando un incidente lo costrinse a più miti consigli. E, nonostante l’età, si divideva tra la libreria e Villa Giuseppina, dove continuava a fare servizio pastorale da 60 anni per le suore con malattie psichiche gravi che vi erano ricoverate.

Dell’incontro con Papa Francesco era rimasta una foto, di don Gino Belleri in camicia a maniche corte con il dito alzato e Papa Francesco che lo ascolta, che don Gino aveva messo tra i suoi “trofei” nell’ufficio ricavato nel soppalco della Libreria Leoniana. Una libreria che, per ammissione di Joaquin Navarro-Valls, storico portavoce di Giovanni Paolo II, era diventata una “sala stampa parallela”, un dato reso ancora più iconico dal fatto che la libreria fosse esattamente dietro la Sala Stampa, con l'ingresso su via dei Corridori, parallela di via della Conciliazione. 

Perché don Gino accoglieva tutti in quella libreria, e a tutti elargiva consigli, per tutti pescava aneddoti adatti dalla sua memoria precisissima, con tutti si fermava a parlare, ascoltando e consigliando. Non era raro che davanti il suo ufficio si formasse una fila di persone, tra giornalisti a caccia di notizie, monsignori a caccia di libri, nunzi e cardinali in cerca di consigli e scambi di vedute. Succedeva che Baldisseri non ancora cardinale e segretario generale del Sinodo si aggirasse tra gli scaffali della libreria mentre l’arcivescovo Agostino Cacciavillan si trovava in studio e qualche giornalista sparso facesse finta di interessarsi ai libri.

Tra i frequentatori della libreria, anche il presidente Francesco Cossiga, che vi andava anche quando era nel pieno del suo incarico ma continuava a vivere nella sua casa di Prati e non al Quirinale.

Nel fermento del Concilio Vaticano II, la libreria era diventato punto di approdo fondamentale per periti, esperti, monsignori. E a partire da quel tempo, con gli anni, don Gino Belleri era diventato una istituzione, icona di un Vaticano che ora non c’è più. Un Vaticano in cui si poteva ancora entrare senza permessi quando si era monsignori, tanto che don Gino parlò la prima volta con Giovanni XXIII quando si presentò in terza loggia a portare a monsignor Capovilla un libro in francese che gli era stato chiesto per il Papa e Capovilla, impegnatissimo in non si sa quale conversazione, gli disse semplicemente: “Glielo porti lei”.

Di quel Vaticano, don Gino aveva mantenuto il gusto per la battuta arguta, quello per il retroscena mai banale e pieno di dettagli significativi, un modo particolarmente signorile di gestire le relazioni che non era mai sopra le righe.

In quel soppalco della Libreria Leoniana, c’era tutta la sua vita. La foto del suo bonario rimbrotto a Papa Francesco si era aggiunta alla foto di Paolo VI che apriva l’anno della Fede accendendo una candela, cui era particolarmente affezionato, mentre lui sedeva sempre sotto un arazzo della Madonna, non grandissimo, di origine siriana. Sempre in penombra, con una lampada dalla luce gialla a illuminare, don Gino teneva attaccato su un post-it con la sua grafia minuta e un po’ disordinata, a favore di chi lo riceveva, una frase di Seneca nel De Brevitate Vitae: “Non exiguum tempus habemus, sed multum perdidimus” – “Non abbiamo che poco tempo, ma molto ne perdiamo”.

Non perdeva certo tempo, don Gino, che dava anche anticipazioni di documenti importanti, come alcune encicliche, e che fece filtrare anche la notizia del carteggio tra il Cardinale Silvio Oddi e l’attentatore di Giovanni Paolo II Alì Agca.

Don Gino Belleri era anche grande amico del Cardinale Giovan Battista Re, attuale decano del Collegio Cardinalizio, e fu forse per questo che l’allora arcivescovo Emmanuel Milingo decise di raccontargli la sua decisione di sposarsi con l’agopunturista coreana Maria Sung della setta del Reverendo Moon. Re era al tempo prefetto della Congregazione dei Vescovi, e dovette gestire una situazione di certo non facile.

Eppure, don Belleri era soprattutto un uomo buono, che conosceva e aiutava i poveri che stazionavano intorno alla sua libreria e San Pietro e sapeva essere generoso. Ed era proprio la sua cifra umana ad attirare l’amicizia di molti, quasi insospettabili.

E qui il cronista deve lasciare spazio all’amico e passare al racconto in prima persona. Don Gino Belleri mi fu presentato da Benny Lai, il decano dei vaticanisti italiani, che mi iniziava alla professione, e che volle subito farmi vedere la “sala stampa parallela”. Don Gino ci accolse nel suo ufficio dopo un minimo di anticamera, e Benny Lai gli disse che qualunque cosa don Gino avrebbe detto a me, sarebbe stato come lo avesse detto a lui.

Cominciò così una frequentazione, prima timida e poi sempre più assidua. Ho riempito block notes di appunti delle cose che raccontava, ho usato i suoi aneddoti per una rubrica che avevo su La Siciliaho imparato anche a comprendere da dove venissero le notizie che mi riferiva, comprendendo poco a poco in che modo filtrarle e su cosa si poteva fare totale affidamento.

È stata una vera scuola di linguaggi pontifici, lenta, costante, discreta, mai invasiva, sempre rispettosa dell’ardore dei miei venti anni. Una scuola di quelle che non esistono più, come non esiste più il Vaticano di don Gino Belleri e di Benny Lai.

Era il Vaticano sottovoce, che sapeva essere notizia con i sussurri, e che aveva il profondo senso dell’istituzione. E don Gino, che pure era fortemente un prete del Concilio Vaticano II e che nessuno poteva tacciare di conservatorismo, amava i linguaggi precisi, come preciso era il latino che padroneggiava alla perfezione.

Era libraio perché amava stare tra i libri, era prete perché amava fare il sacerdote, era amico perché semplicemente non poteva fare altrimenti. E a lui devo anche un’altra amicizia, quella con Gianfranco Svidercoschi. Benny Lai mi portò da don Gino, don Gino mi mandò da Svidercoschi Era così, un passo alla volta, che i giovani venivano introdotti nelle stanze vaticane. Stanze nelle quali ora non si entra più, ma di cui tutti sembrano convinti di saper maneggiare i segreti.

Per questo, con don Gino se ne va uno degli ultimi epigoni di un Vaticano che non c’è più. Non è una affermazione nostalgica. È una constatazione che deve aiutare a comprendere i tempi.

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