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domenica 31 maggio 2020

Il giornalismo cattolico ha bisogno di Pentecoste

Fa un po’ impressione che dopo l’Ascensione gli apostoli se ne stiano nel Cenacolo, ancora incerti sul da farsi. Hanno visto il Signore, sanno che è risorto, ha insegnato e operato prodigi anche dopo la crocifissione, eppure se ne stanno lì fin quando non arriva la Pentecoste. Forse hanno appreso la tecnica, forse sanno cosa fare, ma manca loro il cuore, la necessità di saltare oltre l’ostacolo. E questo cuore viene dato loro solo dallo Spirito Santo.


 È lo Spirito Santo che dà ai discepoli non tanto il dono delle lingue, ma la capacità di avere il coraggio di parlare apertamente. Non che prima non conoscano la verità. La hanno vista. La hanno toccata con mano, e fino in fondo al costato, nel caso di San Tommaso. Ma non hanno il coraggio di pronunciarla, non hanno ancora il coraggio di compromettersi.

Ho fatto la Prima Comunione un giorno di Pentecoste, e ogni tanto mi viene da chiedermi se quel momento abbia un po’ indirizzato inconsciamente la mia vita fino a farmi entrare nel mondo del giornalismo cattolico, che era un mondo che pensavo essere totalmente distante da me. Di certo, l’essere giornalista significa compromettersi per la verità, o – per meglio dire –  compromettersi a cercare la verità ed avere l’onestà di raccontarla, anche quando questa va contro l’idea che uno si è fatto. Non è una cosa facile.

L’essere giornalista cattolico prevede un passo ulteriore.  Prevede l’esigenza di separare sempre i fatti dalla fede, di essere in grado di comprendere che gli errori personali non stanno a significare un peccato universale della Chiesa. Richiede un discernimento ulteriore e una grande serenità di animo, per evitare di entrare in campagne di qualunque genere, e allo stesso tempo per evitare di non raccontare le cose. Prevede anche moderazione nello scrivere, che significa fare un passo indietro quando si potrebbe avere uno scoop perché lo scoop si nutre di sensazionalismo, e già  raccontare la Chiesa non può essere sensazionalismo, figuriamoci farlo dal mondo cattolico, quando le notizie sono i simboli e la loro profondità, e non certo gli scoop.

In fondo, il giornalista cattolico aspetta sempre la Pentecoste, che è poi quel coraggio di stare nel mondo proclamando la propria fede. La domanda è se poi si sia in grado di riconoscere questa Pentecoste.

Spesso, la Pentecoste per un giornalista cattolico arriva sotto la forma della disillusione. Cresciamo in un contesto secolare, abituato a parlare della Chiesa con termini e terminologie politiche, e a giudicare gli uomini di Chiesa secondo criteri umani, troppo umani. Criteri che ci sono, ma che non possono essere gli unici criteri di giudizio quando si parla di una istituzione come la Chiesa, dove c’è la fede che  deve venire prima.

Questa Pentecoste, però, prevede anche il coraggio di staccarsi dai pattern precostituiti delle notizie, e di trovare un nuovo modo di fare, una nuova narrazione che permetta di allargare i punti di vista e guardare tutto da un’altra prospettiva.

C’è poi la Pentecoste di chi si rende conto che, come non va bene l’atteggiamento di chi la Chiesa la vuole solamente attaccare, non va neanche bene  l’atteggiamento totalmente apologetico. Si deve mantenere un equilibrio per essere credibili. La storia va mostrata per quella che è, ma senza la necessità di convincere nessuno.

Infine, c’è la Pentecoste di chi si rende conto che difendere la Chiesa non significa difendere sempre e comunque i leader che si credono più vicini alla propria sensibilità di cristiani, siano questi il Papa o qualunque altra delle persone in vista della Chiesa. Piuttosto, si deve essere in grado di vedere le cose al di là delle proprie simpatie. Il giornalista cattolico deve credere in maniera sincera, altrimenti niente del suo lavoro può funzionare.

Sono tre tipi di Pentecoste quanto mai necessari. La comunicazione sulla Chiesa i è estremamente polarizzata, ancora di più  di quando questa polarizzazione è iniziata. Oggi ci si divide spesso in sostenitori di Papa Francesco e critici di Papa Francesco, ma la verità è che sembra che nessun commento possa essere preso nella sua sostanza, ma venga solo interpretato in funzione di contestazione di una linea.

C’è, poi, il problema di giornalisti che non riescono ad uscire dai pattern precostituiti, e per i quali, dunque, la Chiesa e la fede sono solo quelle che vengono raccontate  nei giornali secolari.

C’è il problema di quanti vogliono contrastare o appoggiare una visione, di quanti si sentono in una particolare campagna per portare avanti una idea.

Quanto c’è bisogno di una Pentecoste per i giornalisti cattolici oggi? Tantissimo, se non altro perché il giornalismo cattolico sappia uscire fuori dalle secche della propaganda in cui si è ritrovato. Sembra che tutto debba essere una celebrazione o una esaltazione, e che tutto sia concentrato su alcuni personaggi, mentre sappiamo che la storia della Chiesa è una storia di uomini mossi da qualcosa di più grande.

Mentre facevo queste riflessioni, mi sono ricordato che il Cardinale Joseph Ratzinger, nel 1990, aveva portato al Meeting CL di Rimini alcune riflessioni che sembravano calzare con questa idea.


“La fondamentale liberazione che la Chiesa può darci è lo stare nell'orizzonte dell'Eterno, è l'uscir fuori dai limiti del nostro sapere e del nostro potere. La fede stessa, in tutta la sua grandezza e ampiezza, è perciò sempre nuovamente la riforma essenziale di cui noi abbiamo bisogno; a partire da essa noi dobbiamo sempre di nuovo mettere alla prova quelle istituzioni che nella Chiesa noi stessi abbiamo fatto. Ciò significa che la Chiesa deve essere il ponte della fede, e che essa - specialmente nella sua vita associazionistica intramondana - non può divenire fine a se stessa. diffusa oggi qua e là, anche in ambienti ecclesiastici elevati, l'idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali”.
Ratzinger aggiungeva che notava una spinta “ad una specie di terapia ecclesiastica dell'attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all'interno della Chiesa. In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un'attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa”.

Eppure, chiosava Ratzinger, “può capitare che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano. Può capitare invece che qualcun altro viva solo semplicemente della Parola e del Sacramento e pratichi l'amore che proviene dalla fede, senza essere mai comparso in comitati ecclesiastici, senza essersi mai occupato delle novità di politica ecclesiastica, senza aver fatto parte di sinodi e senza aver votato in essi, e tuttavia egli è un vero cristiano”.

Succede oggi che il giornalismo cattolico è molto impegnato a mostrare una Chiesa del fare, una  Chiesa presente nel mondo, che comprende poco le dinamiche della fede stessa, e  non riesce a guardare più in là di un piccolo mondo.

Certo, è un problema anche di come la Chiesa si comunica. E mi ha colpito un recente articolo su Atlantico Quotidiano, che era una analisi a volte impietosa, ma sulla quale sicuramente riflettere.

Francesco Zanotti, autore dell’articolo,  scriveva:

“La Chiesa sembra oggi preferire, almeno per voce della sua guida, il dialogo con i governi a quello con le anime. La dimensione spirituale lascia oggi il posto a una dimensione materiale, come materiali sono i fini della stragrande maggioranza dei discorsi papali: si parla sempre invariabilmente di ‘qualcuno di potente’ che dovrebbe fare ‘qualcosa’. L’appello a un valore come la solidarietà, che è fondante della nostra civiltà occidentale, perde totalmente di significato se rivolto a un governo: lo Stato non dà scelta ai cittadini in merito alle tasse, e la solidarietà è tale quando viene dall’individuo, non quando all’individuo viene imposta. Parlare ai governi e alla società è il modo più sicuro per non arrivare alle anime: rivolgersi a pure entità impersonali non tocca il cuore del cristiano che oggi come non mai ha bisogno di spiritualità, di un messaggio di speranza e di vicinanza in un momento terribile per la nostra società”.

Questa Chiesa del fare è anche quella che si cerca di rappresentare sui media. È una Chiesa umana, che spesso perde il senso del divino, e la perde perché in generale il divino è stato estirpato dalla società, e la stessa istituzione Chiesa parla alla società non perché questa ascolti l’idea di  Dio, ma perché questa includa la Chiesa.

Arrivi, allora, una nuova Pentecoste. Perché, come concludeva il Cardinale Ratzinger a Rimini, “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana”.

Parafrasando: non c’è bisogno di un giornalismo cattolico centrato sulle opere della Chiesa, ma di un giornalismo cattolico in grado di comprendere il divino. Solo allora potrà anche raccontare l’uomo e le debolezze dell’uomo, senza pregiudizi, ma anche senza favoritismi. E solo così, in un mondo sempre più polarizzato, farà la differenza.

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