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sabato 8 aprile 2023

Il linguaggio della Pasqua e l'attesa di una nuova Pentecoste per il giornalismo cattolico

Quando Gesù celebra la sua ultima cena e compie la lavanda dei piedi non parla. Fa dei gesti. Parla per simboli. Era il modo di insegnare dei rabbini, chiamati sia a parlare, ma anche a compiere gesti. L’unico momento che parla è quando Pietro lamenta di non volersi far lavare i piedi, e allora Gesù è chiamato a rispondere. Ma per il resto, il Vangelo stesso riguarda una sequenza di gesti, molto precisa. Tanto che alla fine Gesù chiede ai discepoli: “Avete capito cosa ho fatto?”

 Lo spiegava il mio vescovo lo scorso Giovedì Santo, e mi ha fatto riflettere, per varie ragioni. I discepoli nemmeno parlano, osservano. Ma hanno paura. Pietro parla, ma anche lui parla per paura. Cosa dobbiamo fare? Cosa il Maestro ci vuole dire con tutto questo?

 

L’Ultima Cena, in fondo, sintetizza tutto quello che vuole dire il Vangelo, in un simbolo semplice: il togliersi la tunica, il lavare i piedi, il chinarsi. Un gesto che noi ripetiamo ogni Giovedì Santo, in un momento particolarmente teatrale, una rappresentazione di quello che è successo.


Ma, in fondo, tutta la liturgia è una rappresentazione. La Chiesa racconta se stessa attraverso le rappresentazioni, attraverso la liturgia, attraverso il cerimoniale che accompagna il Papa. Sono sfumature diverse, ma che raccontano che tutto ha un senso preciso, e tutto viene da quei gesti simbolici che Gesù ha compiuto come Maestro e Signore. Tutto viene da quel gesto dell’Ultima Cena in cui Gesù compie la sua chenosi, si spoglia dei panni del Maestro e si mette quelli dell’amore. In quella lavanda dei piedi, nasce la civiltà dell’amore di un Dio che non solo si incarna, ma condivide il destino degli uomini, e li ama fino alla fine.

 

La domanda vera è però se noi stessi siamo in grado di comprendere quel linguaggio. Per la prima volta, un linguaggio viene usato non per potere, ma per amore. Eppure, quel linguaggio, quei simboli vengono replicati sempre, in forme diverse, come mezzi di potere. Quanti sono i potenti che fingono di abbassarsi al livello di quelli che governano? Oggi si chiama populismo, ma è una realtà che c’è sempre stata. Eppure, manca sempre la parte successiva, quella di mettersi davvero al servizio degli altri. Manca la cifra dell’amore.

 

Forse è proprio questo che spaventa, della Chiesa. Che questo amore incondizionato che c’è per ogni essere umano, emanato direttamente da Dio, non può essere controllato. Ogni simbolo non può essere vuoto, perché ogni simbolo è colmo di amore. L’amore fa paura, perché l’amore non può essere controllato da nessun potere costituito.

 

Faceva paura anche ai discepoli. Sono stupiti la Domenica delle Palme, quando la folla acclama Gesù con i suoi Osanna. Sono stupiti l’ultima cena, perché c’è nell’aria il senso ineluttabile della fine, c’è il sospetto e poi la certezza che qualcuno tradirà. Cedono alla stanchezza nell’Orto degli Ulivi. E poi, ancora increduli, rinnegano Gesù, seguono tutto ma a distanza, non si trovano nemmeno sotto la croce con l’eccezione di Giovanni, e infine si chiudono nel Cenacolo perché, sì, tutto bello, ma forse è meglio stare un po’ lontani per evitare di essere attaccati, di essere in pericolo.

 

Ci vuole la Pentecoste perché i discepoli comincino a comprendere quel linguaggio, comincino ad ascoltare lo spirito e quindi a diffondere il Vangelo. Anche se poi, anche la Pentecoste non spazza via ogni incertezza. Pietro, che ha già rinnegato, alla fine della vita si sta allontanando da Roma quando Gesù gli compare davanti, e Pietro non saprà dirgli altro che “Quo vadis?”, “Dove vai?”

 

Anche in quel caso, Gesù parla con un gesto. Come parla con un gesto ad Emmaus, lo spezzare del pane che è il centro della nostra vita cristiana.

 

Ora, tutto si gioca sui simboli e su quello che vogliamo rappresentare. Gesù parlava in parabole, Dio parla in segni, i profeti sono coloro che sanno leggere i segni dei tempi. Ma dove siamo, oggi, come giornalisti cattolici, e soprattutto come Chiesa?

 

La prima domanda da farci è se sappiamo riconoscere i simboli e i segni. È la grande domanda: Gesù troverà ancora la fede su questa terra? Forse no. Forse siamo diventati tutti disillusi, e un po’ ubriachi dagli Osanna della Domenica delle Palme. Siamo parte di una Chiesa che si credeva trionfante, e che si è invece si è trovata a fare i conti con gli attacchi della storia, del potere, di chi non vuole che l’uomo sia Chiesa, comunità, perché nessuno può controllare una comunità, mentre gli individui sono controllabili.

 

Così, oggi abbiamo dimenticato il potere dei simboli. Presi da un pragmatismo generale, non conosciamo la storia dei segni della Chiesa, e li buttiamo via o trascuriamo semplicemente dicendo di dover evitare la tentazione del cosiddetto “indietrismo”. Eppure, i nuovi tempi non significa rigettare ciò che c’è stato. Significa vivere in continuità, conoscere chi si è, e conoscerlo davvero.

 

Oggi con difficoltà riconosciamo le storie della Bibbia nelle vetrate delle grandi cattedrali gotiche, figuriamoci se riusciamo a comprendere che ogni momento di una liturgia e di un cerimoniale ha un senso. Ci viene detto che i giovani, il mondo non possono comprendere questo linguaggio. Ma non lo comprendono perché non viene spiegato. Non si deve essere per forza comprensibili. Si deve anche volere che l’altro ti ami al punto da volerti comprendere. Gesù non ha fatto sconti sui segni. Ha, piuttosto, chiesto a tutti di comprenderli. Li ha spiegati. Ma il suo messaggio è rimasto invariato, per quanto difficile. “La tua è una parola dura”, gli viene detto una volta.

 

La seconda domanda è a che punto della storia siamo? Io penso che siamo dopo la Domenica delle Palme, e probabilmente Cristo è già stato crocifisso, ma stiamo ancora nel Cenacolo impauriti. Addirittura, pensiamo che il mondo abbia le sue ragioni, in uno spirito di dialogo che porta a colpevolizzarci di tutto. Come gli apostoli che in fondo pensavano pure che Gesù se la fosse cercata, oggi c’è un mondo cattolico che non manca di pensare che la Chiesa debba cospargersi il capo di cenere e fare espiazione di peccati collettivi che non possono esistere, perché i peccati sono solo individuali, come individuale è il modo di sfuggire alle proprie responsabilità.

 

Il rischio è quello di buttare via tutto quello che si è costruito perché non si comprendono più i linguaggi e i motivi profondi di quello che è stato. Siamo in attesa di una Pentecoste vera, che tarda ad arrivare, e che però può arrivare solo da Dio. Arriverà il momento in cui tutto il nostro cattivo modo di comprendere la Chiesa sarà sovvertito da persone che credono davvero in quella che è, che è stata e che sarà la Chiesa, e che sapranno ricomprenderne i simboli, dare loro un senso, e così ritornare alle radici di quella che è una civiltà dell’amore, e la più grande civiltà mai costruita.

 

La terza domanda è: saremo capaci di spiegare i simboli, di annunciare il Vangelo, di difendere la Chiesa anche nel suo essere istituzione e non solo nel suo essere comunità? Io credo di sì, perché ci sono talenti e possibilità. Sono talenti spesso inespressi, fuori dai circoli di autorità, marginalizzati da quanti, in realtà, pensano più all’opinione pubblica che al senso profondo delle cose. Sono talenti che rischiano di essere presi dall’idea di aver sbagliato, di dover concedere al mondo perché il mondo possa, così come pensavano gli apostoli nel Cenacolo.

 

Ma, come gli apostoli nel cenacolo, i talenti ci sono. Gesù, in fondo, sceglie i discepoli con chiare operazioni di marketing. Andrea, che mi è caro, aveva un nome greco, come suo fratello Simone, ed è il segno che la loro famiglia aveva perlomeno una istruzione di base, cosa non comune.

 

Simone, che sarà Pietro, aveva delle barche, quella che chiameremmo oggi una “impresa” di pesca, ed è per questo che Andrea può andare in giro prima a seguire Giovanni e poi Cristo, e che Simone alla fine può scegliere di lasciare pure la famiglia per seguire Gesù.

 

Giuda era un ideologo, e anche un inquieto, e io credo molto nel fatto che alla fine tradisce perché ha paura che questi “Osanna”, questa folla che segue Gesù abbia portato Gesù a montarsi la testa, e ha paura per la sua rivoluzione – è, in fondo, la teoria di Jesus Christ Superstar, e la trovo così umana e concreta che non può che essere probabilmente reale.

 

Matteo era un esattore delle tasse, sapeva fare di conto. Giacomo era un leader e un organizzatore, e infatti guida la Chiesa all’inizio. Giovanni, il più giovane, ha in sé la capacità di scrivere e raccontare per simboli e sarà l’unico che sarà sotto la croce.

 

Se ci scrolliamo di dosso la retorica dei poveri che provengono dalle periferie, ci rendiamo conto che Gesù svolge la sua missione con uomini pieni di paure, insicuri, emarginati perché incapaci di emergere, ma incapaci di emergere proprio per la loro purezza. Ma lo fa dalla Galilea, da quello che era il cuore di Israele, e da lì questi si diffonderanno nel mondo. Quando punterà a Roma, chiamerà Saulo, poi Paolo, cittadino romano, l’unico che ha una cultura raffinata abbastanza da poter parlare con i greci. Paolo si porta Barnaba, ma anche Luca, un medico che scrive il Vangelo con il piglio dell’anatomista dei fatti, che narra le gesta degli apostoli negli Atti e già che c’è si mette anche a dipingere icone, perché ogni narrazione ha bisogno di una rappresentazione.

 

Dove sono nascosti, oggi, gli Andrea, i Pietro, i Giacomo, i Giovanni, i Luca? Perché è da loro che tutto deve ripartire, è da persone come loro che si deve ricominciare a raccontare il Vangelo, a viverlo, a ritornare alle origini. Sono persone come loro che devono comprendere come l’attenzione per il povero, l’orfano e la vedova sono parte di un messaggio cristiano che nasce con l’Eucarestia e nell’Eucarestia tutto comprende.

 

C’è il passo del Vangelo in cui i discepoli Giacomo e Giovanni vogliono sedere alla destra e alla sinistra di Gesù, vogliono essere uno ministro degli Esteri e uno ministro degli Interni. Ma Gesù sovverte tutto, dice che non spetta a lui decidere e poi dice: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

 

Una nuova Pentecoste significa andare al di là della logica del potere, significa guardare alla Chiesa come straordinaria istituzione divina, e significa anche saperla difendere dagli attacchi del mondo. Andare oltre i fatti contingenti, andare al senso delle cose, e comprendere come riprendere a costruire la civiltà dell’amore.

 

Ma, prima, dobbiamo reimparare i nostri simboli, ricomprendere la nostra storia, superare le narrative del mondo. E forse così avremo finalmente la vera Resurrezione della comunicazione cattolica, che porterà finalmente a una nuova comprensione della Chiesa.

 

È una sfida grande, bella e affascinante. Una sfida necessaria, oserei dire.

 

Buona Pasqua di Resurrezione!

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