Processo Palazzo di Londra

lunedì 15 dicembre 2025

I 14 anni senza Carlo Peroni. Che poi era Perogatt


Questa è una storia che non ho mai scritto, un po’ per un pudore personale, un po’ perché sembra di parlare troppo di cose personali. Ma è la storia di un percorso, di una vita, e del modo in cui l’io bambino si va ad intrecciare con l’io adulto, in un modo quasi indissolubile, e tutto grazie ad una persona. Questa persona si chiamava Carlo Peroni, in arte Perogatt, e sono quattordici anni che non c’è più.


Ora, dovete sapere che da quando ho scoperto che con Internet si poteva scrivere direttamente alle persone, io ho usato il mezzo in tutti i modi possibili. E lo ho fatto in tempi pionieristici, quando le email personali venivano messe on line perché nessuno pensava sarebbero state usate, e quando dunque alla fine si potevano contattare le persone direttamente, rischiando di avere anche delle risposte. Scrissi persino a Ken Follett, e mi rispose personalmente, in una email che poi ho dovuto scaricare perché inclusa in un programma di posta elettronica di quelli che non si usano più.

 

L’altra cosa che dovete sapere è che io sono cresciuto praticamente con Il Giornalino delle edizioni San Paolo, che leggevo assiduamente assieme al Guerin Sportivo e Tuttosport da quando avevo sette – otto anni, e che adoravo particolarmente per due cose: per le schede di ricerca, che ancora conservo religiosamente, e per i fumetti. Tra i fumetti, i miei preferiti erano quelli della comicità surreale dell’Ispettore Perogatt, di cui ancora recito a memoria le battute.

 

Ero, tra l’altro, formato a un certo surrealismo, visto che leggevo Gianni Rodari e le sue Novelle Fatte a Macchina da quando avevo imparato a leggere, tanto che quel libricino, insieme a Favole al Telefono, lo ho ricomprato e tengo la copia sdrucita dell’infanzia in una religiosa copertina trasparente.

 

Insomma, a un certo punto della mia esistenza, io scopro che Perogatt ha un blog, e che scrive su questo blog le sue storie di fumetti. E scopro che su questo blog c’è una email cui poter scrivere. Ovviamente gli scrivo. Ma era il 2009, non era più il tempo in cui tutti rispondevano a tutte le email, i dati personali stavano diventando sempre più personali. Eppure Perogatt mi risponde. E mi risponde in modo articolato, preciso e lungo. Mi risponde anche più di quello che avrebbe dovuto rispondere. E mi invita a Milano, alla Fiera del Fumetto, dove c’è quella che chiama la sua PeroWebConvention, ovvero il luogo dove tutte le persone che lui ha conosciuto online si riuniscono. Era, in fondo, un omaggio al Maestro, ma lui non lo vedeva così.

 

Io ovviamente andai. Conobbi lui, suo figlio Paolo (Paolone), sua figlia Luisa, e scoprii Carlo, la persona dietro a Perogatt. Carlo, la cui generosità era indicibile. A tutti faceva un disegno se richiesto. Con tutti, si spendeva, raccontava storie, aiutava a correggere testi e grafiche, dava suggerimenti. Alla fine, dalla nostra corrispondenza scaturì pure un’intervista, che pubblicai postuma qui: https://www.korazym.org/2834/la-storia-di-perogatt-raccontata-da-lui/

 

Era un Maestro, ma era un maestro che si comportava un po’ come un nonno, nel senso più bello del termine. Aveva una vita avventurosa, aveva incrociato molti degli autori che tutti noi abbiamo letto, e una memoria prodigiosa. Raccontava dettagli anche scomodi, sapeva attribuire esattamente la paternità delle idee. Era passato anche lui per questa cosa. Calimero, per esempio, è attribuito alla Pagot Film, e la Pagot ha sempre detenuto tutti i diritti. Ma lui raccontava sempre di essere stato l’inventore del pulcino nero, metteva in luce alcune particolari proporzioni sulla spaccatura dell’uovo che aveva pensato lui personalmente. Al tempo, Peroni lavorava alle animazioni della Pagot. E quello che racconto qui non serve a riaprire un’annosa questione (la Pagot, ogni volta che si scrive del tema, chiede rettifiche in nome del suo diritto d’autore) ma a raccontare chi era Carlo, cosa raccontava e per quale ragione lo facesse.  

 

Carlo, che faceva le tavole di Diabolik e la notte, per sfogarsi, scriveva Diabetik, la parodia di Diabolik. Carlo, per il quale ogni cosa diventava materiale per una parodia disegnata. Carlo, che amava le idee semplici perché non c’è niente di più difficile che essere semplice.

 

Carlo era quello che faceva la tavole dei Flintstones e di tanti altri fumetti. Io ero affascinato, perché ero rimasto a Perogatt e poi a Slurp, l’altra sua grande creazione, e mi perdevo il contributo creativo che dava alle idee di altri. Perché c’era sempre un tocco originale, una variazione sul tema, che però era sempre rispettosa dell’idea dell’altro. Carlo non interveniva sull’altro per farlo suo. Interveniva per farlo più bello. Ed era lì la grande differenza.

 

Di lui mi restano alcune tavole che mi ha regalato una volta che lo andai a trovare a casa, alcuni disegni che aveva fatto proprio per me, un Calimero disegnato al volo per farmi vedere come lo faceva lui, e tanti piccoli ricordi, dalle telefonate alle chiamate Skype, fino alle email e anche ad alcune storie del suo blog che mi ero copiato e avevo mantenuto in religioso silenzio.

 

Lo riuscii a sentire poco prima che andasse via per sempre, e ricordo anche esattamente la telefonata e cosa stavo facendo in quel momento, e quella sensazione da ultima volta che rimaneva lì, perché non potevo certo presagire nulla.

 

Oggi, quattordici anni dopo, con una favola che ho scritto una volta ispirandomi a lui, e tante cose nel cassetto, mi sembrava importante ricordare Carlo Peroni Perogatt. Ovvero, colui che era stato Perogatt nella mia infanzia e adolescenza e che era stato Carlo nella mia età adulta.

 

Con lui, voglio ricordare un mondo eroico, che era quello degli autori che tra gli Anni Sessanta e Novanta del secolo scorso hanno fatto la storia del fumetto italiano. Oggi, le logiche di mercato fanno credere che i giornali per ragazzi debbano essere diversi, che le storie debbano essere semplificate, le grafiche meno elaborate. Ma io sono convinto che Carlo avesse ragione. Lui raccontava che gli autori veri sapevano esattamente cosa scrivere e cosa fare, lo sapevano al di là del mercato, lo sapevano anche contro il mercato.

 

Io credo sia assolutamente vero. Credo che il feticcio del mercato abbia rovinato l’editoria. Che le storie vere siano sempre quelle che funzionano meglio. Che il talento è qualcosa che si cura con il lavoro costante, e il lavoro costante dà l’idea di essere semplici senza che si comprenda il grande lavoro che c’è dietro. E che, in fondo, sarebbe ora di tornare a quei grandi autori e a quella grande scuola del fumetto, che a volte sembra dimenticata.

 

 

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